Afropolitani e multi-locali ✏ Taiye Selasi

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Nel 2005, la scrittrice Taiye Selasi pubblicò un articolo dal titolo “Bye-Bye Babar (or: what is an Afropolitan?) sulla rivista The LIP Magazine, dando espressione non solo a ciò che era la sua personale esperienza di vita, ma soprattutto a qualcosa in cui molti, moltissimi, potevano identificarsi. Chi sono gli “Afropolitani”? Il termine è stato coniato proprio in questo pezzo, perciò data la sua importanza fondativa, ho deciso di tradurlo in italiano e rispondere alla domanda attraverso le parole della stessa ideatrice.

«È la mezzanotte del Giovedì sera al Medicine Bar a Londra. Zak, giovane promessa DJ, sta suonando un remix di Fela Kuti. La piccola pista da ballo di sotto si popola di uomini e donne sorridenti e sudati che fondono mosse hip-hop con una sorta di djembe funky. Le donne sfoggiano enormi capigliature afro, mini magliette dalle maniche corte, spazi tra i denti; gli uomini quegli incredibili torsi unici delle e comuni sulle coste africane. L’intera scena parla di Ibridi Culturali: tessuto kente indossato sopra jeans a vita bassa; ‘African Lady’ sui bassi di Ludacris; Londra incontra Lagos che incontra Durban che incontra Dakar. Persino il DJ è una fusione etnica: nigeriano e romeno; giusto, leader senza paure; muovendo su e giù la sua testa mentre la folla reagisce al pezzo ‘Sweet Mother’.

Se provassi a chiedere a chiunque di queste belle persone dalla pelle marrone quella domanda basilare – ‘da dove vieni?’ – non riceveresti una singola risposta da alcun singolo sorridente ballerino. Questo vive a Londra, ma è stato allevato a Toronto e nato ad Accra; quello lavora a Lagos, ma è cresciuto a Houston, in Texas. ‘Casa’ per questa moltitudine è molte cose: da dove provengono i loro genitori; dove vanno in vacanza; dove sono andati a scuola; dove vedono i vecchi amici; dove vivono (o vivono quest’anno). Come molti giovani africani che lavorano e vivono in città in tutto il mondo, loro non appartengono ad una singola geografia, ma si sentono a casa in molti luoghi.

Loro (leggere: noi) sono Afropolitani – la più recente generazione di emigranti africani, presto o già raccolti in uno studio legale / laboratorio chimico / lounge jazz vicino a te. Ci conoscerai dalla nostra divertente miscela di fashion londinese, gergo newyorkese, etica africana e successi accademici. Alcuni di noi sono mix etnici, per esempio ghanesi e canadesi, nigeriani e svizzeri; altri meri meticci culturali: accento americano, influenza europea, ethos africano. Molti di noi sono multilingue: oltre all’inglese e ad una lingua romanza o due, capiamo alcune lingue indigene e parliamo qualche lingua vernacolare urbana. C’è almeno un posto nel Continente Africano al quale noi leghiamo il nostro senso di sé: che sia una nazione (Etiopia), una città (Ibadan) o la cucina di una zia. Poi c’è una città del G8 o due (o tre) che conosciamo come le nostre tasche e le diverse istituzioni che ci conoscono per il nostro celebre fulcro. Siamo Afropolitani: non cittadini, ma africani del mondo.

Nel 2014, la scrittrice (e brillante essere umano) ha tenuto una TEDGlobal Talk dal titolo Non chiedere da dove vengo, chiedi dove sono una del posto, sviscerando ancora di più la criticità dell’appartenenza nazionale, una categoria che sta stretta tanto alla generazione degli Afropolitani quanto a tutti coloro che si riconoscono “multi-locali”, perchè legati a diversi luoghi (non necessariamente Stati-nazione) dalle tre R: rituali, relazioni e restrizioni.

«Non sono multi-nazionale, non sono una nazionale affatto. Come potrei provenire da una nazione? Come può un essere umano provenire da un concetto?»

«Sono una locale, sono una multi-locale.»

«Rimpiazzare il linguaggio della nazionalità con il linguaggio della località ci chiede di spostare la nostra attenzione a dove la vita vera avviene.»

Da ascoltare con attenzione.

E voi dove vi sentite locali?

Io a Sant’Albano Stura, Torino, Nairobi e Lusaka.✎

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