Alla scoperta di sé e del mondo

Città aperta ✏ Teju Cole

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Città aperta, Teju Cole, “I coralli” Einaudi Editore, 2013, traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni.

Mi ha colpito subito molto Città aperta di Teju Cole. Mi ha attratta fin da subito. A partire dal momento in cui ho letto il titolo e la quarta di copertina del libro. Non potevo lasciare indietro per molto un libro che mi prometteva di parlare di: passeggiate alla scoperta del mondo, di sé, della città. In special modo se quella città era New York City, come in questo caso.

Questo è il primo romanzo di Teju Cole, ma appare già pieno di stile e personalità, proprio come il suo protagonista. L’autore, che è cresciuto in Nigeria ma vive a Brooklyn, racconta attraverso gli occhi del suo personaggio la città di New York. E in qualche modo quegli occhi diventano anche i nostri.

Il tutto inizia con una passeggiata notturna, una di quelle in solitaria, tanto per il gusto di camminare e guardarsi intorno. Julius, il protagonista, è intento a metabolizzare la fine di una storia d’amore che gli ha fatto rimettere in discussione tutto. Il giovane uomo, che il lettore impara a conoscere man mano che va avanti con la lettura, pare avere molti dubbi, soprattutto riguardo la sua identità. Città aperta è infatti un libro a proposito della scoperta del mondo, ma in particolare del proprio ruolo all’interno di quel mondo che appare così vasto e smisurato.

Julius, un giovane psichiatra, nato in Belgio da madre tedesca e padre nigeriano, è cresciuto proprio nel Paese d’origine di quest’ultimo, frequentando una scuola militare situata nel nord della Nigeria. Nel primo romanzo di Teju Cole, quindi, la questione identitaria appare abbastanza centrale. Il protagonista della storia, però, non si limita a porsi delle domande, ma prova a inseguire le persone che pensa potrebbero fornirgliele. E così scopriamo che lo psichiatra con la passione delle passeggiate notturne è anche un ottimo ascoltatore, e non solo per i suoi pazienti.

«Non ho sempre fatto il lustrastivali, sa. È un segno dei tempi che cambiano. Ho cominciato come parrucchiere, ed è quello che ho fatto per un sacco di anni in questa città. Non lo si direbbe vedendomi, ma conoscevo tutte le mode dell’epoca, e seguivo lo stile che le signore richiedevano. Sono venuto qui da Haiti, quando le cose si sono messe male, quando è stata uccisa tutta quella gente, bianchi, neri. È stato un massacro, le strade erano piene di cadaveri; mio cugino, il figlio della sorella di mia madre, e tutta la sua famiglia sono stati ammazzati, tutti.»

La storia del lustrastivali nella metro di New York è solo una delle tante storie che il protagonista colleziona. Tutte le persone che incontra sul suo cammino gli lasciano una parte di sé. Come l’anziano Professor Sito dal quale va in visita ogni volta che può e che gli regala i racconti di un’epoca che non ha vissuto. O ancora le storie dei personaggi che incontra nel corso del suo viaggio a Bruxelles. Anzi, è proprio nel corso del viaggio in Belgio che emerge ulteriormente questa passione di Julius per le storie, per i punti di vista degli altri. E dire che ufficialmente lui lo aveva intrapreso per scoprire le sue radici. Alla fine finisce per vedersi attraverso gli occhi degli altri, portando a pensare una volta di più che spesso la nostra immagine è quella che gli altri vedono di noi.

Bruxelles, poi, sembra essere la “città aperta” che dà il titolo al romanzo. A ben pensare, però, di aperto c’è molto in questo libro. Tante trame e sotto trame, tanti personaggi che si incrociano e poi se ne vanno. Tanti racconti a metà che, probabilmente, né il protagonista né tantomeno il lettore riusciranno mai a capire se sono realmente accaduti oppure no. È forse questo che rimane maggiormente al termine di questo romanzo, ma è anche questo che mi fa dire che non si tratti di una lettura affatto scontata. Mai banale.

«A un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli, interamente opaco. Forse è proprio quello che intendiamo per sanità mentale: pur ammettendo le nostre stranezze, non siamo i cattivi delle storie che viviamo. Anzi, è proprio il contrario: recitiamo sempre e solo la parte dell’eroe, e nel turbinio delle storie altrui, nella misura in cui quelle storie ci riguardano tutti non siamo mai altro che eroici.»

In definitiva, quindi, se siete pronti a compiere un viaggio con Julius alla scoperta di sé e del mondo, questo può essere il romanzo per voi. State pronti a essere catapultati in un universo narrativo particolare, e a essere assorbiti dai racconti di tutti. Qui, dove la storia di uno si intreccia alla Storia del Mondo e dell’Umanità, non si può restare indifferenti. E alla fine di questo libro siamo tutti un po’ più ricchi.✎

Volete entrare subito nelle atmosfere del romanzo? Allora vi consiglio di dare uno sguardo alla pagina Tumblr creata dall’autore stesso per Città aperta, non ve ne pentirete.

Incipit

città aperta teju cole, Afrologist

«E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città. La stradina che scende dalla cattedrale di Saint John the Divine e attraversa Morningside Park è a un quarto d’ora da Central Park. Nella direzione opposta, andando verso ovest, Sakura Park è a dieci minuti, mentre a nord si arriva ad Harlem costeggiando l’Hudson, anche se il traffico al di là degli alberi copre il rumore del fiume. Quelle camminate, un contrappunto alla frenesia delle giornate in ospedale, pian piano si erano allungate, portandomi sempre più lontano, tanto che a volte, di notte, dovevo tornare a casa in metropolitana. È così che, all’inizio dell’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo.»

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città aperta teju cole, Afrologist© Afrologist
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