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Sorriso Africano. Quattro visite nello Zimbabwe ✏ Doris Lessing

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Sorriso Africano. Quattro visite nello Zimbabwe, Doris Lessing, Feltrinelli, 1994, traduzione dall’inglese di Andrea Buzzi.

Sorriso africano è un libro di memorie scritto da Doris Lessing dopo venticinque anni di esilio forzato dalla sua terra natale, la Rhodesia del Sud.

L’Esilio durò dal 1957 al 1982 a causa del suo attivismo politico che portò avanti contro le politiche del governo e dell’amministrazione bianca; sul finire della lunga guerra civile, la Bush war, durata più di dieci anni e che devastò il paese, il governo entrante di Robert Mugabe le consentì il rientro in patria. Era il 1982.

Lessing racconta delle quattro visite effettuate in un arco di tempo che va dal 1982 al 1992. “Questa è la mia casa”, avrebbe potuto dire Doris appena scesa dall’aereo e giunta in Zimbabwe dopo venticinque anni di esilio forzato; eppure, tornare a “casa”, dopo anni di silenzio, nella terra natale, cambiò molto la percezione del passato e di ciò che si ricordava da bambina. Dopo anni di lontananza, la Rhodesia del sud si trasformò in un posto mitico:

«tornavo nel paese in cui avevo vissuto per venticinque anni, arrivata bambina di cinque e ripartitane giovane donna di trenta, dopo un intervallo di oltre un quarto di secolo. Ecco perché ero un’Indesiderata. Una condizione ambigua, verrebbe da pensare: un cittadino o è buono o è cattivo, desiderato o non desiderato che sia. Ma le cose non erano così semplici.»

Con la fine della supremazia dei bianchi, il ritorno a casa le ricordò il sentimento che aveva provato nel momento in cui venne considerata una prohibited immigrant, una persona non voluta dai suoi stessi concittadini. E così, immagini del passato e del presente si fondono in immagini vivide scritte tra le pagine del libro:

«Naturalmente la vecchia città con un solo cavallo tutta su un piano solo, era scomparsa… anche se alcune sue parti facevano capolino qua e là fra nuovi palazzoni […] decisi si andarmene da Harare. C’ero stata men di un giorno, ma tutto mi abbatteva, mi deprimeva e non solo perché mi sentivo come una specie di spettro triste. Ora posso dire qual era il problema […] quella era una città che cominciava allora a riaversi dalla Guerra. Il paese era stato in guerra per oltre dieci anni e ne era uscito appena da due. Non si può combattere quel genere di guerra senza che il veleno penetri in profondità.»

Una vera e propria collisione fra i ricordi e il presente, attraversando in auto il mashonaland, le aree regionali dello Zimbabwe, che si ricordava da bambina essere immense e belle e la sensazione imminente di devastazione che ebbe quando rientrò in quello che ricordava un posto felice.

La guerra e lo stato di deprivazione che visse il paese dopo anni di dura guerra, la fece ricredere e preoccupare; fra le pagine di Sorriso africano, Lessing racconta con estrema attenzione i dettagli, la realtà che la circonda, come una cronista. Ciò che la rende inquieta e disillusa e che le pare chiaro è che con la fine della guerra e l’instaurazione di una nuova amministrazione, non c’era più solo la disparità fra “bianchi” e “neri”, che permaneva, ma un nuovo e visibile scontro culturale si stava alimentando: la nascita di una nuova classe borghese nera che prendeva distacco dalla povertà e dalla società precedente e che “tentando di imitare lo stile di vita dei bianchi”, alimentava nuove disparità sociali. L’emergere di nuove disparità di classe la fanno riflettere sul cambiamento che aveva scosso la nazione: il grande cambiamento epocale che avrebbe dovuto caratterizzare la liberazione dello Zimbabwe dalla supremazia bianca, non fece altro che alimentare altre contraddizioni che non trovarono subito una loro soluzione.

Infatti, nonostante la promessa di una vita migliore da parte del nuovo governo di cui Lessing discute, ella descrive anche della disillusione delle persone che incontrò nelle sue visite negli alberghi, alle fattorie, che continuavano a essere povere; infine narra delle sue visite nelle scuole dove per esempio i libri non erano disponibili e continuava ad essere difficile insegnare:

«Il presidente Mugabe aveva promesso una buona biblioteca in ogni villaggio. […] Ma in scuole eccellenti, dove dovrebbero esserci i libri, ci sono scaffali vuoti in stanze che vengono chiamate biblioteche. I libri scritti da africani vengono letti tutti fino ad andare in pezzi. Ci sono gli scarti di biblioteche migliori e fra quelli magari volumi che piacerebbero ai bambini, ma manca qualsiasi tentativo di fare una selezione. Probabilmente il concetto è che sia meglio qualche libro che niente del tutto. In questo paese dove la rivoluzione elettronica deve ancora arrivare, c’è però una grande fame di libri, di consigli sui libri.»

È vero che tale libro di memorie non è solo una cronistoria dei fatti politici dello Zimbabwe ma soprattutto, uno scavare fra i ricordi di ciò che la casa, il luogo che lei tanto aveva immaginato in venticinque anni, le suscitò in quelle quattro visite: è il racconto, dunque, della visita ai posti a lei più cari che si unisce al racconto storico della Rhodesia del sud. Un filo rosso congiunge tutta la narrazione fra gli alberghi visitati, il mashonaland, le grandi città come Harare e Umtali, le escursioni nella macchia fra i villaggi, verso la città di Marandellas, e nelle scuole attraverso il Bush africano.

Come attivista politica di opposizione al rigido sistema coloniale, rimane indubbia e unica la sua capacità di raccontare la realtà attorno a lei e di narrare con sensibilità e attenzione i grandi cambiamenti umani dell’individuo e di una nazione; in questa sua opera, Doris Lessing è riuscita a raccontare la storia di un paese e di un popolo e dei complessi conflitti che hanno attraversato un’epoca storica senza che il lettore possa sentirsi perso fra le pagine del libro.

Incipit

sorriso, Afrologist

«Naturalmente la vecchia città con un solo cavallo tutta su un piano solo, era scomparsa… anche se alcune sue parti facevano capolino qua e là fra nuovi palazzoni […] decisi si andarmene da Harare. C’ero stata men di un giorno, ma tutto mi abbatteva, mi deprimeva e non solo perché mi sentivo come una specie di spettro triste. Ora posso dire qual era il problema […] quella era una città che cominciava allora a riaversi dalla Guerra. Il paese era stato in guerra per oltre dieci anni e ne era uscito appena da due. Non si può combattere quel genere di guerra senza che il veleno penetri in profondità.»

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