Balbala: fiore di bidonville nella periferia gibutiana

Balbala ✏ Abdourahman A. Waberi

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  • Balbala, Afrologist

Balbala, Abdourahman A. Waberi, Edizioni Lavoro, 2003, traduzione dal francese di Marie-José Hoyet.

Waïs, Anab, Dilleyta e Yonis sono i «testimoni di un futuro zoppicante», le voci protagoniste di Balbala, romanzo breve e vibrante dello scrittore franco-gibutiano Abdourahman Ali Waberi. Concepito come tassello conclusivo di una trilogia letteraria consacrata al paese natale dopo le due raccolte di racconti, Le pays sans ombre e Cahier nomade, il romanzo – ambientato nella periferia di Gibuti, capitale dell’omonimo Stato stretto tra il deserto e il mare nel Corno d’Africa – si apre con la notizia dell’arrivo di un telegramma che condannerà il maratoneta Waïs, un tempo eroe nazionale, alla prigionia. 

Inviso alle autorità del Paese, Waïs è

«lunghe gambe magre fatte solo di muscoli, polpacci distesi e ben visibili, un cuore infaticabile, un talento e uno stile nervoso, concentrato, un po’ fiero, un tantino caparbio. Un passo disarticolato, uno scheletro che dà l’impressione di slogarsi, di farsi male a ogni istante.»

Un passo disarticolato è quello che ha segnato il cammino di Gibuti dall’indipendenza dalla Francia alla guerra civile del 1991-2001 passando per la dittatura di Hassan Gouled.

Uno scheletro che dà l’impressione di slogarsi è proprio Gibuti dove 

«arabi dello Yemen (Moka, Aden, Sana e l’Hadramaut fanno risuonare in modo diverso i loro accenti), abissini, sudanesi ed eritrei talvolta mischiati, indiani ed europei convivono con i somali e gli afar del paese. […] Gli arabi costruiscono le case o pescano le perle in compagnia dei marinai locali o sudanesi, gli indiani commerciano coi greci, i nomadi autoctoni approvvigionano la città mentre i francesi amministrano la colonia lillipuziana.»

Uno scenario del Sahel è il Corno d’Africa,

«spazio diseredato, tradizioni guerresche sempre in vigore, conflitti di frontiera, belligeranze civili, profughi a milioni […] basi militari in crescita, miti devastatori come la Grande Somalia, la Grande Afaria o la Grande Etiopia […], indigeni vestiti di stracci, guerriglieri in agguato, mandrie in libertà.»

Questo scontro dolente corpo a corpo con la Storia diventa materia letteraria attraverso una lingua che prende in prestito dai douar l’austerità indefettibile delle sue parole, e dagli oued inariditi la disillusione sul potere taumaturgico della letteratura.

Un romanzo plurivoco

Bernard Urbani ha scritto che Balbala può essere letto come «romanzo polifonico in forma di pamphlet». Ciascuno dei quattro capitoli di cui si compone il testo, infatti, è affidato ad una voce narrante diversa che non risparmia giudizi impietosi sul presente collettivo di un popolo che aspetta «il ritorno di Waaq, la divinità vinta e dimenticata, anteriore all’Islam e all’epoca coloniale».

Waïs, il maratoneta, polemizza contro gli Europei che «hanno tagliato a fette l’Africa e la nuova classe politica, plebaglia di pescecani».

Dilleyta, il poeta, si scaglia contro la coltre repressiva che imbriglia la parola nomade e libera del Paese che è «un corpo abitabile, aperto a tutti e non una dimora chiusa».

Yonis, il medico, fa strame dei «pancioni, i ricchi che si affannano a far passare le mogli o le amanti prima degli altri» mentre la sua memoria gioca coi dolci ricordi dell’amore presente, Anab, e di quello passato, Juana la capoverdiana conosciuta negli anni universitari in «un’Unione Sovietica dalle pretese decisamente terzomondiste».

Anab invece, la “donna-frutto”, vuole farla finita con la «paranoia del sesso debole» che, anzi, forgia «la grande fabbrica dei sogni». 

Alta Letteratura in bidonville

Per Patrice Nganang, il primo romanzo di Waberi rientra a buon diritto nella categoria del roman de détritus al pari de Shebeen Tales: Messages From Harare (Serif Books, 1997) dello zimbabweano Chenjerai Hove, Benvenuti a Hillbrow (Il Sirente, 2011) del sudafricano Phaswane Mpe e La casa della fame (Racconti Edizioni, 2019) dell’altro zimbabweano Dambudzo Marechera.

Ma quali sono le caratteristiche di un “romanzo di detriti”?

Per l’autore de La stagione delle prugne (66thand2nd, 2018), il “romanzo di detriti” si colloca a metà strada tra il “romanzo della guerra civile” – col suo portato di «camion militari color sporcizia, corpi mutilati gettati in fosse comuni» e il “romanzo da bidonville” in cui i quartieri poveri, languendo nella malnutrizione e nella carestia, riflettono l’immagine della città urbanizzata, florida ma corrotta.

Un romanzo non-romanzo?

Balbala è un romanzo che rimescola le formule narrative tradizionali. Fabula e intreccio, infatti, si disintegrano sotto i colpi di mortaio della guerra dei ricordi, cadono sotto il turbinio dei monologhi interiori dei “quattro agitatori sovversivi” mentre le incursioni del narratore esterno impastano le descrizioni dei luoghi e dei fatti col profumo delle jacaranda e con le note blues del guux gibutiano.

Waberi sartorializza la prosa intrecciando svariati registri linguistici: quello elegantemente triviale dell’invettiva politica, quello informale eppure enigmatico dei racconti orali e delle litanie dei pastori nomadi, e quello formale e religioso delle sure coraniche. 

Insights metaletterari

Vale la pena ricordare che il testo è impreziosito da citazioni e rimandi letterari. Due su tutti sono importanti ai fini della ricostruzione della trama narrativa metaletteraria che attraversa il testo. Alla “formula funesta” di Albert Londres in Terra d’ebano – «Era l’Africa, quella autentica, quella maledetta: l’Africa nera»Waberi contrappone la riflessione di Anab:

«L’Africa è la copia di tutti i continenti e l’originale di se stessa. […] C’è chi viene da lontano per cercarvi un supplemento d’anima, qualche raggio di luce o una lacrima di tenerezza. L’Africa sempre umana. Troppo umana.»

Terre sonnambule

Il capitolo in cui Yonis «si arrabbia davanti allo spettacolo dei pancioni» è introdotto dalla citazione ripresa da Terra sonnambula (Guanda, 1999) del mozambicano Mia Couto: «Che cos’è il destino se non un ubriaco guidato da un cieco?».

Sebbene non sia l’unico di rilievo, il rimando ad un testo così potente, apparso nell’edizione in lingua portoghese nel 1992 quando la guerra civile in Mozambico era nelle sue fasi conclusive mentre quella nel Paese del Corno entrava in una delle sue stagioni più cruente, non è un semplice omaggio al talento letterario di Mia Couto.

Il Mozambico e Gibuti sono diventate terre sonnambule dopo l’indipendenza mancando l’appuntamento con l’alba che avrebbe traghettato i due Paesi oltre la grande notte della (de)colonizzazione, per riprendere la felice formula del filosofo camerunese Achille Mbembe

Un utile confronto

L’incipit di Terra sonnambula:

«In quel luogo, la guerra aveva ucciso la strada. […] Il paesaggio si era imbastardito di sgomenti mai visti, con colori che impastavano la bocca. Erano colori sporchi, così sporchi che avevano perso tutta la loro leggerezza, dimentichi dell’audacia di spiegare le ali verso l’azzurro. Qui, il cielo era diventato impossibile. E gli esseri viventi si erano abituati alla terra, in una rassegnata pratica della morte.»

e questo passo di Balbala:

«la belligeranza assilla, condiziona e ricatta la natura. […] L’abbraccio ardente della guerra lascia conseguenze sull’anima e sul corpo delle vittime, anche sui paesaggi.»

raccontano una condizione comune, quella di essere cioè spazi di frontiera tra due cesure storiche, colonizzazione e indipendenza, travolti dall’esperienza materiale delle guerre e dall’impossibilità di sciogliere serenamente i nodi della decolonizzazione.✎

Incipit

Balbala, Afrologist

«Un telegramma, debitamente datato e firmato, proveniente dalle più alte autorità dello Stato, informò la famiglia di Waïs che il vicepresidente in persona era quanto mai irritato per il comportamento di quest’ultimo. Che cosa vuole? Che cosa cerca? Le voci si vanno ingigantendo, le minacce incombono come nuvole rapaci. Per far cessare le chiacchiere insistenti, Waïs, maratoneta ed eroe nazionale, ha fatto circolare presso i suoi amici una strana poesia scritta poco tempo fa insieme a Dilleyta e al dottor Yonis, il cui ritornello  ha suscitato diversi commenti: “Né marocchino, né strapuntino / Mi basta il mare affannoso”».

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