C’è bisogno di nuovi nomi

Chi è lo “scrittore africano”?

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  • Ngugi wa Thiong’o Photo © GEORGE TORODE

    scrittore africano, Afrologist

Per la rubrica “Le parole degli altri“, vi proponiamo la traduzione dall’inglese di un articolo molto interessante dal titolo “We Need New Names: Who is the African Writer?“, uscito sul magazine nigeriano The Repulic a firma di .

L’autore sviscera i dibattiti ricorrenti, fin dagli anni ’60, sulle diverse e controverse definizioni di “scrittore africano” e di “scritto africano”. Da leggere fino all’ultima parola.

[Questo saggio è stato tradotto dall’originale in inglese, per il quale Afrologist ha ottenuto il permesso per 3 mesi. Il saggio è stato editato e pubblicato da The Republic, ed è disponibile a questo link: https://republic.com.ng/december-19-january-20/who-is-the-african-writer/.]

[This essay has been translated from the original English. The essay was originally edited and published by The Republic, available here: https://republic.com.ng/december-19-january-20/who-is-the-african-writer/.]

«Uno “scrittore africano” può essere o uno scrittore africano o uno scrittore dell’Africa. Si potrebbero confondere questi termini, ma i due sono distinti. Mentre il primo si riferisce ad uno scrittore che afferma la sua “africanità” come fonte della sua arte, il secondo si riferisce all’origine, uno scrittore proveniente dall’Africa.

La storia di Michael Derrick Hudson è una storia dai temi familiari di appropriazione culturale e discriminazione positiva. Inizia con Michael che consegna (con il suo vero none) la sua poesia, The Bees, the Flowers, Jesus, Ancient Tigers, Poseidon, Adam and Eve, 40 volte salutata con ripetuti rigetti. Michael poi cambiò la sua identità con quella di una donna cino-americana dal nome Yi-fen Chou. Come Yi-fen, la poesia venne rigettata nove volte prima che Prairie Schooner la accettasse. La poesia venne successivamente pubblicata nell’antologia The Best American Poetry 2015. Riflettendo, Michael disse, con una preghiera scanzonata a se stesso, “Non sono nulla se non sono tenace”.

Ciò che Michael aveva fatto non era senza precedenti. Infatti, c’erano molti trascorsi tra gli scrittori uomini e bianchi che pensavano che la letteratura dovesse avvicinarsi alla loro scelta dell’identità con la quale farsi leggere e ascoltare. John Howard Griffin si era tinto la pelle di nero e visse come un “uomo nero”. Dopo aver speso un periodo di tempo significativo facendosi passare per un uomo nero, scrisse Black Like Me, un libro del 1961 indirizzato agli americani bianchi e un ritratto delle avversità incrollabili delle Leggi Jim Crow. Il libro venne acclamato dalla critica, e Howard venne descritto dal vincitore del premio Pulitzer, Studs Terkel, come “…solo uno di quei tipi che capita di incontrare una o due volte in un secolo e solleva i cuori di tutti gli altri.”

La rilevanza di queste storie gemelle è lo scandalo legato al termine “scrittore africano”. Ad autori africani rinomati, specialmente a quelli che vivono in Occidente, viene spesso chiesto se sono veramente degli “scrittori africani”. Questo è indotto dall’idea che, siccome una persona è africana, il suo successo letterario sia legato alla sua identità. Che essere Yi-Fen Chou ti dia una migliore possibilità di essere pubblicato, così come per Tochukwu. O che il tuo scritto si qualifichi come scritto africano solo quando una casa editrice in Occidente lo ritiene un autentico scritto africano esattamente come Hudson fece con le difficoltà delle persone nere. Entrambi i casi sollevano una domanda: Chi è lo scrittore africano? E cos’è uno scritto africano?

Già nel 1962, scrittori di discendenza africana si sedettero alla Makerere University, in Uganda per rispondere a questa domanda. All’appello alcuni dei più illustri scrittori d’Africa: Chinua Achebe, Wole Soyinka, John Pepper Clark, Obi Wali, Gabriel Okara, Christopher Okigbo, Bernard Fonlo, Frances Ademola, Cameron Duodu, Kofi Awoonor, Ezekiel Mphahlele, Bloke Modisane, Lewis Nkosi, Dennis Brutus, Arthur Maimane, Ngũgĩ wa Thiong’o (allora conosciuto come James Ngugi), Robert Serumaga, Rajat Neogy, Okot p’Bitek, Pio Zirimu, Grace Ogot, Rebecca Njau, David Rubadiri, Jonathan Kariara e altri scrittori della Diaspora africana come Langston Hughes.

La conferenza fallì e non guadagnò popolarità, per svariate ragioni. Primo, la conferenza diede poca o nessuna attenzione agli scritti africani in lingue africane non-europee. Secondo, virtualmente erano presenti scrittori solo dall’Africa anglofona. Non c’era, inoltre, nessuno dal Nord Africa e dall’Africa francofona. Chinua Achebe credette che la conferenza fallì nel definire adeguatamente “Letteratura africana”, ma comunque notò che la conferenza fosse stata utile per far incontrare altri partecipanti e stabilì i termini – e gli attori – di come il dibattito sulla Letteratura africana avrebbe proseguito per decenni.

Ciò che questo mostrò fu l’inabilità di una conferenza di affrontare completamente le domande sull’identità dello scrittore africano. Successivamente, molti altri scrittori di discendenza africana offrirono la loro definizione personale di cosa sia uno scrittore africano.

Ngũgĩ wa Thiong’o, nei suoi ragionamenti, aveva insistito sull’idea che lo scrittore africano fosse quella persona che scrive in una lingua africana. Con le sue parole, “Come siamo diventati così fiacchi, noi in quanto scrittori africani, nel rivendicare le nostre lingue e nell’essere così aggressivi nelle nostre rivendicazioni sulle lingue, in particolare su quelle della nostra colonizzazione?”

Nel suo saggio del 1965, The Novelist As A Teacher Achebe tentò di definire quale dovrebbe essere il ruolo dello scrittore. Notò che “Lo scrittore non può esimersi dal compito di rieducazione e rigenerazione che dev’essere fatta”. A partire da questo, Achebe sembrò aver posto lo scrittore in una posizione di autorità, che significava che lo scrittore è uno storico, un analista, e un visionario tutto insieme. Tre anni dopo, in un altro saggio, The Duty and Involvement of the African Writer, Achebe spiegò cosa aveva precedentemente riferito in relazione allo scrittore africano.

In quell’articolo, Achebe aveva scritto che “se un artista è qualcosa, è un essere umano con sensibilità acuite; dev’essere consapevole delle tenui sfumature dell’ingiustizia nelle relazioni umane. Lo scrittore africano non può, quindi, essere inconsapevole della, o indifferente alla, ingiustizia monumentale che il suo popolo soffre”. Achebe aveva tentato di definire lo scrittore africano per il ruolo che giocava. Lo scrittore africano doveva essere consapevole del suo popolo come uno storico. Doveva poi cercare di analizzare i problemi e le questioni che trovava offrendo soluzioni come un visionario. Questa è la ragione per cui la citazione di Achebe “Finché i leoni avranno i loro storici, la storia delle prede glorificherà sempre il predatore” è famosa.

In ogni caso, quando Shaun Randol si sedette ad ascoltare gli scrittori di discendenti africani al PEN World Voices Festival del 2013 al pannello di discussione Prospettive da scrittori africani, era disilluso sulla definizione di uno scrittore africano. Molti degli scrittori del pannello diedero risposte contrastanti. Mentre alcuni pensarono che la domanda “chi è uno scrittore africano” lanciasse un’esplorazione di contenuto, stile, intenzione, e forma, altri del pannello non si trovarono d’accordo sul nome. Per esempio, NoViolet Bulawayo (Zimbabwe) rivendicò di essere una scrittrice Africana, con la “A” maiuscola, mentre Mũkoma wa Ngugi (Kenya) insistette di essere uno scrittore che per puro caso proviene dall’Africa. Randol aveva concluso che l’Africa fosse semplicemente “Come un luogo, la pagina centrale di un giornale dalla quale una visione del mondo è modellata”.

Dopo una serie di interviste con scrittori di discendenza africana per African Writers in a New World su Post45, Aaron Bady arrivò alla stessa conclusione di Shaun Randol. Nell’introduzione alla serie di interviste, Bady aveva lasciato un indizio sul fatto che il termine “scrittore africano” fosse uno di quelli in cui molti scrittori non si sentivano sufficientemente coinvolti. Era chiaro che fosse per la paura delle sfumature del termine, che riportava alla mente la storia unica che vedeva l’Africa come il luogo di tutte le malattie del mondo.

Sembra che, in un caso o nell’altro, lo “scrittore africano” possa essere o uno scrittore africano o uno scrittore dall’Africa. Si potrebbero confondere questi termini ma i due sono distinti. Mentre il primo si riferisce ad uno scrittore che afferma la sua africanità come fonte della sua arte, il secondo si riferisce all’origine, uno scrittore proveniente dall’Africa.

L’ironia del termine “scrittore africano” è messa a nudo quando si considera che la maggioranza degli africani più letti oggi non sono basati in Africa. Molti si sono trasferiti negli Stati Uniti ed Europa. Alcuni dividono il loro tempo tra più Paesi, mentre altri sono basati in via permanente all’estero. Questo apre ulteriori discussioni su quanto coloro che vivono al di fuori del continente abbiano diritto al termine.

Nel suo articolo del 2019 su New Statesman, Shut Up and Write“, Chimamanda Ngozi Adichie racconta come, dopo che aveva perso l’Orange Prize per il suo romanzo, L’ibisco viola, una donna in Nigeria andò da lei in aeroporto e le disse, “Congratulazioni. Vinceremo la prossima volta”. Ricordò inoltre che, qualche anno dopo, quando vinse lo stesso premio per il suo libro, Metà di un sole giallo, ricevette abbracci calorosi da nigeriani che le dicevano che aveva ben rappresentato la Nigeria. Nell’articolo, Adichie chiamò questo cameratismo, “senso del noi”. Un senso di titolarità collettivo, che sottintendeva che lei non fosse l’unica proprietaria del successo del suo lavoro, ma anche la Nigeria lo fosse.

Prendendo in considerazione l’etichetta, “scrittore africano”, sembra che possa esserci un’altra forma di “senso del noi”. Questa volta, però, implica il tentativo collettivo di fare a meno della parola “africano”. “Africano” è un costrutto impregnato di storie di razzismo, colonialismo, povertà, poca salute, istruzione di bassa qualità, fanatismo religioso. Storie che fanno sì che gli scrittori di discendenze africane, ovunque essi siano, stiano combattendo le stesse battaglie. Sebbene con voci e punti di vista diversi.

È ragionevole che nonostante [alcuni di] questi scrittori possano vivere fuori dal continente, il loro scrivere sia essenzialmente un riflesso della loro africanità. È come un consenso sul senso del noi, un invisibile ubuntu che tutti coloro che hanno un legame con il continente vedono importante sia che vivano in Uganda o in Germania. E quando questi scrittori fanno il loro mestiere, noi vediamo noi stessi in loro, li abbracciamo per i loro successi e li ringraziamo di scrivere le nostre storie.

L’altro lato della domanda sull’africanità di un’opera di letteratura o poesia è che gli scrittori di discendenza africana nelle diaspore vengono tipicamente ridotti al continente. Questo a dispetto del fatto che l’ambientazione dei loro lavori sia non-africana, o il tempo che abbiano vissuto all’estero. Aminatta Forna, scrittrice nata in Scozia, ha sollevato la domanda sul perché il suo romanzo, The Hired Man, ambientato in Croazia, fosse talvolta posto nella sezione “Africa” nelle librerie.

Il risultato della costruzione della domanda “Chi è uno scrittore africano?” è che la definizione si espande, si amplia costantemente, e non ha limiti. Essere uno scrittore africano non è più una domanda sull’origine; non è nemmeno una domanda su quali passaporti si possiedono. Quando, nel 2013, lo scrittore nato negli Stati Uniti, Tope Folarin, vinse il Caine Prize per l'”African Writing“, il fatto suggerì che gli africani della diaspora ora potevano qualificarsi con l’etichetta di “scrittore africano”. Tope, in realtà, non ne era consapevole prima. Era entrato in competizione per il premio dopo essere stato incoraggiato dal romanziere e poeta Helon Habila. Nella lista dei selezionati di quell’anno, tre su cinque scrittori vivevano negli Stati Uniti e almeno uno aveva la cittadinanza americana.

Quell’anno, i critici obiettarono che il Caine Prize dovrebbe essere vinto solo da “veri” scrittori africani. Ma chi definisce chi e cos’è un “vero” scrittore africano? Un vero scrittore africano non può essere categorizzato o impacchettato in una sola definizione. Perché, mentre NoViolet Bulawayo si aggrappa con forza al termine di scrittore africano, Mũkoma wa Ngũgĩ lo scarta. Ciò significa che NoViolet sia più qualificata per il premio allo “scrittore africano” di Mũkoma? Il poeta nigeriano, Christopher Okigbo, considera se stesso semplicemente come uno scrittore, e non come uno scrittore africano.

Sembra che coloro che rinunciano al termine, “scrittore africano”, lo fanno sulla base della decolonizzazione. Percepiscono il termine come il conto del colonialismo. Sarebbe a dire, se gli americani non sprecano le loro discussioni letterarie e conferenze discutendo su chi sia o non sia uno scrittore americano, perché uno scrittore dall’Africa dovrebbe perdere tempo in questo genere di conversazioni? Uno scrittore è uno scrittore punto.

L’Africa è un continente di 1,2 miliardi di persone con diverse culture, lingue, e tradizioni. Il continente copre il sei percento della superficie terrestre e il 20 percento delle terre. Ci sono 54 Paesi, con il Sudan come lo Stato più esteso e la Nigeria il più popoloso. Il 25 percento di tutte le lingue parlate nel mondo sono lingue africane. Quindi com’è possibile categorizzare tutti gli scrittori africani come un monolite? È più consigliabile fluidità più che rigidità. Un’argomentazione simile a quella mostrata dall’esortazione di Chimamanda Ngozi Adichie: “La persona che è il cittadino, non è proprio la stessa persona che è l’artista”. L’arte, in altre parole, non possiede un passaporto.

Cosa, allora, è uno scritto africano?

[Translated by Adele Manassero. Traduzione di Adele Manassero. Per segnalazioni di errori o imprecisioni nella traduzione, contattatemi, grazie.]

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scrittore africano, Afrologist© TEDGlobal 2014
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