Claudia Galal. Metà italiana, metà egiziana

/di

CATEGORIE: Articoli

  • Foto di Giuseppe Salvadori

    Claudia Galal, Afrologist

Quarto capitolo del mio reportage Storytelling da Africa e Italia, incentrato sugli storyteller di nazionalità africana o solamente d’origine che vivono nel nostro paese, oppure conservano un forte legame con quest’ultimo.

Questa volta vi parlo di Claudia Galal, metà italiana e metà egiziana. Claudia nasce a Urbino e cresce nel posto più tranquillo del mondo, a suo dire, ovvero l’entroterra marchigiano. Si laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna con una tesi socio-semiotica sulla street art, poi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell’editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog personale sulla musica (e non solo) è thegreatmixtape.

In una delle tue biografie che ho letto in rete, vieni presentata come metà italiana e metà egiziana. Rispetto ovviamente all’immaginario nazionàl-popolare, come hai vissuto fino a oggi le tue origini variegate?

Quando descrivo me stessa, o quando fornisco un profilo biografico per la pubblicazione, mi definisco sempre come metà italiana e metà egiziana. È un dato di fatto, come gli occhi castani e i capelli scuri, e così l’ho vissuto fin da bambina, semplicemente dandolo per scontato. Ho avuto la fortuna di nascere e crescere nella tranquillità di un piccolo paesino dell’entroterra marchigiano, dove mio padre era forse l’unica persona di origine straniera e perfettamente a proprio agio nel contesto. Le mie origini non sono mai state un problema per me nell’infanzia e nell’adolescenza, perché nessuno me le ha mai fatte pesare né mi ha mai considerata diversamente in ragione di esse. O se è successo, non me ne sono accorta, quindi è lo stesso.

Gli interrogativi sull’identità sono iniziati più tardi, quando mi sono trasferita per studiare e poi per lavorare, trovandomi a vivere in realtà più grandi e variegate, come Bologna e Milano. Di fatto, è stato proprio a Milano che la mia doppia origine ha acquisito un peso nella quotidianità, nel bene e nel male. Ho iniziato ad avvertire una certa enfasi su questo aspetto, a volte come dato a sfavore o causa di pregiudizi, altre volte come ricchezza o valore aggiunto.

In che modo influenzano il tuo lavoro e il tuo modo di esprimerti?

Ho iniziato a lavorare come giornalista ed editor occupandomi di musica, arte e subculture, ma progressivamente ho allargato il mio raggio d’azione e di ricerca ai fenomeni migratori e, soprattutto, al tema della nuova cittadinanza, intesa come idea di appartenenza a un luogo per cultura e affezione, non per sangue o vincoli familiari. Forse è stata la mia doppia origine a spingermi all’attivismo a favore dello ius soli, ma probabilmente ci sarei arrivata lo stesso per formazione. E non parlo solo di scuola e studio, ma anche di educazione ed esperienze. Ormai definisco il mio campo d’indagine come “contaminazione culturale” in senso ampio, che si tratti di musica, arte contemporanea, letteratura ecc. Da anni lavoro anche nel settore non profit con associazioni e organizzazioni che si occupano di interculturalità, rigenerazione urbana e migrazioni.

Cosa pensi di come e quanto vengono rappresentati, raccontati e valorizzati nel nostro paese coloro i quali, seppur nati qui, hanno origini africane?

Il drammatico omicidio di Willy Monteiro Duarte, ventunenne italiano di origine capoverdiana, ha riportato all’attenzione la narrazione distorta che media e politica ripropongono da anni per parlare degli afroitaliani. Utilizzando una contrapposizione manichea tra destra e sinistra, da una parte si continua a non considerarli italiani ma semplicemente stranieri, immigrati, individui pericolosi per la stessa identità nazionale, ma dall’altra parte c’è la tendenza a sottolineare i casi positivi di integrazione e successo, come se fossero straordinari. Purtroppo non riusciamo ancora a dare per scontato che nascano italiani con altre origini. È vero che c’è un razzismo sistemico, finché non riusciremo ad ammetterlo, non saremo capaci di riconoscere il valore positivo che gli italiani figli della migrazione (dei genitori, dei nonni, dei bisnonni) offrono alla nostra società in evoluzione.

Qual è, a tuo avviso, il valore e il significato del contributo che possono offrire alla collettività?

La contaminazione, termine che – mi rendo conto – in tempo di pandemia non è così felice, è un motore di cambiamento positivo per una comunità, stretta o ampia. La diversità è davvero una ricchezza, consente di scambiare stimoli, esperienze, conoscenze. Solo una società accogliente, aperta e inclusiva è capace di migliorarsi. 

Ho letto che ti sei laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sociosemiotica sulla street art e che nel 2009 è uscito il tuo libro Street Art, Auditorium edizioni. Mi racconti qualcosa dei tuoi studi e di come è nato questo testo?

Sognavo di fare la giornalista e la laurea in Scienze della Comunicazione mi sembrava il percorso naturale per arrivarci. Il Dipartimento di Comunicazione dell’Università di Bologna era ancora animato da Umberto Eco e il corso mi proponeva materie appassionanti. Dopo un iniziale rapporto conflittuale, mi innamorai della semiotica e alla fine scelsi di laurearmi con una tesi sociosemiotica sulla street art come risposta all’invasione del brand. Stiamo parlando di oltre quindici anni fa, non c’era letteratura sulla street art e non era ancora un fenomeno di moda. Il libro, che a mio avviso l’editore ha colpevolmente pubblicato molto in ritardo, è un adattamento della mia tesi di laurea. Alcune parti erano state ridotte e modificate, altre aggiunte e aggiornate.

Dalla sua uscita a oggi in quali aspetti è mutata la street art e la sua rappresentazione nel nostro paese?

La street art è mutata tantissimo in Italia e nel resto del mondo, soprattutto nel mondo occidentale dove è nata prima. Ha sviluppato nuove forme e pratiche innovative, ma in un certo senso ha perso di genuinità a causa della sua istituzionalizzazione, della sua accettazione negli spazi ufficiali. Oggi le amministrazioni comunali incaricano artisti famosi di decorare i quartieri delle città, esistono festival e gallerie dedicati alla street art, i musei accolgono opere e organizzano mostre. L’illegalità e l’effetto sorpresa erano elementi fondamentali del movimento ai suoi inizi, mentre oggi mancano. D’altra parte, abbiamo splendidi esempi di rigenerazione urbana e metropoli più belle e, comunque, resistono ancora artisti e pratiche “clandestine”.

So che hai collaborato alla realizzazione del libro Re/search Milano: mappa di una città a pezzi, uno strumento utile per esplorare la metropoli più sconosciuta e vivace, quella che si esprime nelle situazioni estranee alla segnaletica ufficiale e al “mostrismo” dei grandi eventi. Me ne parli? E cosa ti è rimasto di questa, a mio avviso, interessante esperienza?

È stato un progetto collaborativo importante, che ha messo insieme – e per questo bisogna ringraziare Agenzia X per l’idea e il coordinamento – tante voci alternative della Milano più bella, colorata, aperta e vitale. Oltre ad aver redatto un paio di schede su luoghi a me cari, mi sono occupata della sezione MetiX, una sorta di guida nella guida dell’underground milanese, che raccoglie alcuni brevi racconti orali di giovani ragazze e ragazzi di origine straniera insieme alle mappe dei loro percorsi quotidiani. Conoscerli e ascoltare le loro storie per ricostruire attraverso i loro occhi la psicogeografia di alcuni quartieri, è stata un’esperienza intensa. Ho scoperto persone di talento, interessanti, brillanti.

In generale, cos’è delle nostre città che non vediamo e spesso ci perdiamo a causa della cronica e tipicamente nostrana abitudine a concentrare la nostra attenzione verso “l’alto” e il “grande”?

Ognuno di noi subisce l’attrazione di elementi diversi, trascurandone inevitabilmente altri, e si concentra su quelli che considera affascinanti, particolari, interessanti. Ci perdiamo qualcosa, per forza. Forse potremmo prestare più attenzione all’umanità, alle persone che ci passano accanto, interrogarci sulle loro storie e chiederci che cosa potremmo fare per stare meglio insieme. E, soprattutto, ognuno di noi dovrebbe chiedersi se fa abbastanza per contribuire alla convivenza serena con gli altri nel proprio quartiere e nella propria città.

Oltre a una lodevole guida come la suddetta, quali altri strumenti e percorsi ritieni possano aiutarci ad avere una visione più ricca e diversificata di ciò che ci circonda?

Credo che ognuno debba dotarsi degli strumenti che ritiene più adatti a sé. A me piace camminare e perdermi, per scoprire posti nuovi, scovare dettagli, incontrare sconosciuti. Anche la letteratura contemporanea offre molti spunti, nei romanzi di oggi la metropoli ha un ruolo spesso da protagonista e non da semplice sfondo delle vicende narrate. Penso al dualismo Rozzano-Milano in Febbre di Jonathan Bazzi, per esempio. Ci sono case editrici indipendenti che svolgono un lavoro prezioso per l’interpretazione della realtà e della società, a partire dalla stessa Agenzia X, così come alcune riviste (Menelique, Q Code Magazine…) o piattaforme culturali (GRIOT, cheFare, il lavoro culturale…). Ogni individuo mette insieme la propria cassetta degli attrezzi culturali, un kit di sopravvivenza per districarsi nella vita e nel mondo.

Nel 2016 esce il tuo libro Cairo calling: l’underground in Egitto prima e dopo la rivoluzione, Agenzia X Edizioni. Da una presentazione, ho letto: Il Cairo ci chiama perché è una megalopoli dove si concentrano le contraddizioni e le diseguaglianze più atroci del nostro presente, ci chiamano le sue sterminate periferie, dove vive un popolo orgoglioso tenuto nell’ignoranza da troppo tempo. Immagino sia stato un lavoro impegnativo e anche appassionante. Me ne parli?

Non so se riesco a condensare l’esperienza di Cairo calling in poche parole, perché è stato un progetto lungo e intenso, anche faticoso, ma sicuramente importantissimo per me. Il Cairo è una metropoli che non dorme mai, sempre in fermento, stimolante e magica come pochi luoghi al mondo sanno essere e, allo stesso tempo, impietosa e piena di contraddizioni.

Quando è scoppiata la Rivoluzione nel 2011, ho sentito l’urgenza di prendere nota di tutto, di registrare dati, nomi, elementi, prestando attenzione a volti, immagini e simboli, anche se non sapevo perché né che cosa ne avrei fatto di quella mole di appunti. Non volevo perdermi più di quello che mi stavo già perdendo, non essendo là. Seguendo le mie passioni, mi sono concentrata soprattutto sull’esplosione e l’evoluzione delle controculture (rock, musica elettronica, rap, street art), che dal 2011 in poi sono state inevitabilmente legate alla situazione socio-politica.

Nel frattempo ho preso contatti con alcuni giovani attivisti e artisti, finché finalmente sono riuscita a partire per raggiungerli, conoscerli, intervistarli. I mesi trascorsi al Cairo tra il 2013 e il 2014 sono stati molto significativi per me, come persona e come giornalista, anche se ovviamente ci ero già stata diverse volte. Il libro si chiude con la drammatica uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, in un necessario e doloroso finale aperto.

Quali paralleli e diversificazioni ti senti di fare con l’underground delle nostre città?

La caratteristica comune all’underground di tutte le città del mondo è quella descritta dalla parola stessa: è quello che accade “sotto terra”, lontano dai riflettori del mainstream. È quel vasto e diversificato insieme di pratiche e identità che si pongono in antitesi alla cultura di massa, per sua natura è variabile in base al contesto ed è difficile fare parallelismi.

Last but not least, su cosa stai lavorando in questo momento? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Bella domanda. In questa fase post (ma mica tanto post) pandemica sto cercando di capire quale sia il modo migliore per indirizzare il futuro della mia famiglia e del mio lavoro. Per ora continuo a scrivere di musica, arte e contaminazione culturale, collaboro con alcune realtà editoriali indipendenti e metto da parte qualche idea per progetti futuri, libri e non solo.✎

Correlati

Claudia Galal, Afrologist
Claudia Galal, Afrologist
Claudia Galal, Afrologist
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.