Dentro un regime: una reporter svela il Sudan

Il vestito azzurro ✏ Antonella Napoli

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CATEGORIE: Libreria  / Saggistica

Tempo di lettura: 6 minuti

  • Sudan, Afrologist

Il vestito azzurro. Un regime dimenticato e il coraggio di una giornalista, Antonella Napoli, People, 2021.

«È solamente la sorte che ci fa nascere al sicuro o in pericolo.
E chi è più fortunato ha delle responsabilità nei confronti degli altri.
Soprattutto quando sei una donna.
»
[Antonella Napoli]

Il giornalista inglese Robert Fisk, unico reporter occidentale ad aver incontrato in ben tre occasioni Osama Bin Laden, in Cronache Mediorientali (Il Saggiatore, 2006) ha descritto il Sudan come un Paese “con un’dentità debole, esausta ed irrisolta” a causa dei sessant’anni di dominio anglo-egiziano, di una parentesi nazionalista guidata da un religioso proclamatosi Mahdi*, di quarant’anni di indipendenza segnata da guerre civili e golpe militari. All’epoca della pubblicazione, l’analisi di Fisk non poteva prevedere che la tirannia di Omar Al-Bashir inaugurata nel 1989 sarebbe durata fino all’aprile del 2019, passando per un fatto epocale avvenuto nel 2011, ossia la divisione del Sudan in due Stati.

Fino all’indipendenza del Sud Sudan, il Paese unito era stato il colosso d’Africa per dimensioni, nonché crocevia tra mondo arabo e Africa tropicale. Osservando una carta fisica, il Nord vi apparirà color giallo deserto, mentre il Sud verde foresta. Le differenze tra i due blocchi sudanesi non si esauriscono nelle caratteristiche del paesaggio: la parte settentrionale fu terra di migrazioni arabe che diffusero l’islam tra le popolazioni animiste, la parte meridionale fu terra di missione cristiana nel XIX secolo; la parte nord era la sede del potere dell’etnia araba e dello sviluppo, il sud dei nuer e dei dinka lasciato a se stesso, sebbene i giacimenti di petrolio si trovino nel suo territorio; a nord il sistema scolastico era imperniato sull’arabo, a sud sull’inglese poiché delegato ai comboniani.

Il potere centrale in Sudan non ha mai tollerato disallineamenti rispetto al modello arabo-islamico propugnato con forza da Al-Bashir e dall’ideologo islamico Al-Turabi. La sharì’a fu introdotta nel Paese nel 1983 e solo nel 2020 il nuovo governo sudanese ha scelto di abolire alcune pene derivanti dall’applicazione letterale delle norme del diritto islamico: non più pena di morte per chi lascia l’islam per abbracciare una nuova fede; non più pubbliche frustate contro i consumatori di alcolici o le donne che indossavano i pantaloni o abiti giudicati succinti.

La transizione democratica è tuttavia contrassegnata dalle violenze tra gruppi etnici e tra compagini politiche contrapposte. Il vecchio despota che fine ha fatto? La Corte Penale Internazionale (CPI) dal 2009 ha steso dei capi d’accusa nei suoi confronti che fanno raccapricciare la pelle: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Di agosto la notizia che il Sudan ha dato il via libera all’estradizione di Al Bashir affinché subisca il processo nella sede dell’Aja. All’epoca del primo mandato internazionale contro di lui, l’arroganza del potere gli fece dire che la CPI non era che “una zanzara nell’orecchio di un elefante”. Di fatto, continuò a viaggiare all’estero indisturbato, segno che la sua presenza a capo del Sudan, non dispiaceva, nonostante tutto, alla comunità internazionale.

Il Darfur, regione dell’ovest abitata dalle etnie fur, zaghawa e masalit, è stato negli anni terreno di scontro e violenze inaudite. Oltre trecentomila morti tra il 2003 e il 2009 secondo le Nazioni Unite. Due milioni gli sfollati costretti a vivere in immensi campi profughi nella precarietà sanitaria ed economica, nella promiscuità, senza protezione alcuna.

«Un reticolo di quadrati irregolari di capanne, baracche di fango e lamiere senza soluzione di continuità. Immense distese nel deserto, lontane dagli insediamenti urbani, che si estendono fino ai confini con il Sud Sudan. Già solo l’impatto visivo della foto dei campi profughi in Darfur sulla copertina del rapporto ONU suggerisce la vastità dell’emergenza umanitaria in corso nella regione occidentale sudanese. Eppure, nonostante resti tra le più gravi crisi al mondo, è ormai dimenticata da tutti. O quasi.»

Le donne sono state crudelmente stuprate, con quel che significa in queste culture in cui la vittima è doppiamente vittima: prima lo stupro e poi l’abbandono dei familiari o l’uccisione. Laddove l’onore del gruppo dipende dalla condotta sessuale delle sue donne, e laddove detta condotta è lecita unicamente all’interno del patto matrimoniale, non si soccorrono le vittime di stupro, non c’è pietas per loro, solo lo sdegno e l’urgenza di dissociarsi dalla prova vivente dell’accaduto, in pratica dalla vittima.

I sudanesi affrontano la loro storia sanguinosa senza che la loro causa assurga agli onori della cronaca. Eppure durante le rivolte del 2019, una giornalista italiana era lì, pronta a testimoniare con i propri occhi quel che avveniva nella capitale Khartoum ed in altre zone periferiche come il Darfur.

Si chiama Antonella Napoli e al pari di Robert Fisk afferma di avere il dovere di raccontare la verità, perché nessuno abbia a dire che non sapeva. Nel suo libro Il vestito azzurro (People, 2021) veniamo a sapere. Scopriamo un regime razzista e onnipotente e assistiamo ai suoi ultimi istanti di vita. Scopriamo il sangue freddo di una giornalista fermata dai Servizi di sicurezza sudanesi mentre faceva delle riprese nei giorni delle rivolte contro Al Bashir. Leggiamo storie al femminile raccolte nei campi profughi da cui trapela grande tenerezza e dignità. Vestiamo i panni di una reporter intelligente, empatica e rispettosa delle persone che incontra al punto da non rendere il suo inquietante fermo protagonista delle pagine che scorriamo.

Al centro dei suoi pensieri ci sono i colleghi sudanesi, le donne sudanesi, i profughi, le vittime di interminabili guerre intestine e tutte le persone coraggiose che, dal dicembre 2018, hanno creduto di poter cambiare qualcosa nel Paese scrivendo nuove pagine di una storia finalmente democratica.

«Ho sempre scritto, fotografato, fatto riprese che documentassero in modo inequivocabile ciò che stavo vivendo […]. Non potrei e non saprei fare altro. Perché questo mestiere non è un lavoro, è una passione che diventa dovere. A trentadue anni dai miei primi passi nel giornalismo, so che questo non potrà mai cambiare. Illuminare le periferie del mondo è stata, è e resta una priorità. Sempre. Anche dopo le minacce dei Fratelli Musulmani […].»

Protagonista è volutamente il popolo sudanese in rivolta. Protagoniste sono le donne, scese in piazza come gli altri, e che grazie alla fine della tirannide possono ora sperare in un futuro diverso, senza più infibulazioni, fustigazioni, umiliazioni e ingiuste condanne a morte.

Donne come Meriam, Alaa, Amina, Kalima, Hiba «che resteranno l’immagine migliore della battaglia per la libertà e la giustizia che si è compiuta nel Paese».✎

*Il Mahdì (in ar. “il guidato” sottinteso da Allah) nell’islam è una figura che comparirà alla fine del mondo e istituirà la giustizia in terra.

Il libro è stato presentato il 3 settembre a Udine, in un evento organizzato da Time for Africa e Borgo Stazione Udine. Qui ritrovate il dialogo fra l’autrice e Arianna Obinu.

Incipit

Sudan, Afrologist

«Quando il 15 maggio del 2014 in Sudan un giudice pronunciava la sentenza che condannava a morte Meriam Ishag Ibrahim per apostasia, in una Khartoum più ostile che mai verso chiunque si opponesse alle violazioni dei diritti umani e alle repressioni delle libertà, o chi come me le raccontava, non pensavo che sarei diventata un bersaglio per il regime guidato da Omar Hassan al-Bashir.

Il Presidente sudanese, al potere da trent’anni, aveva pendente su di sé un mandato di arresto della Corte penale internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Chiunque ne scrivesse, o parlasse del governo in chiave critica, diventata un “nemico del Sudan”.

Cinque anni dopo, mentre raccontavo un’altra storia, quella che avrebbe cambiato per sempre il Paese – e la mia vita -, venivo privata della libertà per diverse ore. Avevo rischiato di subire lo stesso trattamento riservato alla protagonista della vicenda che nel 2014 avevo contribuito a far conoscere al mondo.»

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