Emmanuel Iduma parla di A Stranger’s Pose

I modi in cui muoversi può e non può curare.
Intervista con Emmanuel Iduma a cura di Caitlin Chandler

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  • Emmanuel Iduma

Emmanuel Iduma dialoga con la giornalista Caitlin Chandler e parla del suo libro “A Stranger’s Pose.

Questo articolo è apparso per la prima volta su Africa Is A Country, con il titolo di “The ways in which movement can and cannot heal.

Il mio obiettivo è quello di rendere questo contenuto – estremamente interessante – disponibile anche in italiano. Questo nell’ottica generale di Afrologist di rendere più accessibili articoli e libri non ancora tradotti.

[Dove necessario, troverete riportata anche la versione originale. Nel caso notaste degli errori o delle imprecisioni nella traduzione contattatemi.]

«C’ è una scena in “A Stranger’s Pose“, il nuovo libro nonfiction di Emmanuel Iduma, in cui lui vaga per la città marocchina di Rabat con un accompagnatore che si offre di “mostrarti come i Nigeriani vivono qui.” Iduma si ritrova in una casa affollata in cui persone, drink e droghe sono in vendita. “Stavo cercando di raggiungere l’Europa,” dice l’ospite di Iduma più tardi sulla strada verso casa. “Ma poi sono arrivato a Rabat.”

Dai suoi 22 ai 26 anni, Iduma ha viaggiato in 20 città Africane, la maggior parte delle quali nell’Africa Occidentale. Alcuni dei viaggi di Iduma si sono svolti negli anni nei quali ha partecipato a Invisible Borders, un progetto che finanziava artisti africani per viaggiare attraverso il continente e a documentare la loro esperienza. Altri viaggi, invece, Iduma li ha fatti per conto suo.

Seguendo Iduma nei suoi viaggi, siamo trasportati verso nuove comunità. Una superficie di lettere, storie, poesie e immagini all’interno di un testo più ampio, e che spesso mettono in connessione ere e persone del passato. Ci sono immagini scattate da fotografi Africani, da Siaka S. Traoré del Burkina Faso, a Michael Tsegaye dell’Etiopia, compresi alcuni ritratti in cui Iduma posa timidamente.

Iduma qualche volta omette certi dettagli –nomi, luoghi e mezzi di trasporto. Il risultato è, a volte, intenzionalmente disorientante. La prosa lirica e la curiosità di Iduma, però, permettono una deliziosa immersione. Il risultato è un viaggio grazie a emozioni, pensieri e posti che non sono ristretti a luoghi specifici. È anche una meditazione personale a proposito di transitorietà e dolore; i modi in cui muoversi può e non può guarire.

Ho incontrato Iduma in un fresco pomeriggio di Ottobre in un coffee shop vuoto a Brooklyn, giusto prima del lancio statunitense del suo libro. Abbiamo parlato delle passioni che porta avanti da tutta la vita: la fotografia, le politiche di viaggio e il perché “casa rimanga un concetto elusivo.

Oggi in Africa, i confini stanno diventando più, non meno, militarizzati. Per stoppare la migrazione e combattere il terrorismo, i Paesi Europei stanno finanziando tecnologia biometrica, guardie dei confini e formando la polizia. Pochi governi Africani hanno resistito. Nel libro, Iduma incontra persone in viaggio per l’Europa e capisce che sta già attraversando una realtà differente: lui non saprà mai cosa voglia dire intraprendere percorsi di quel tipo. “L’oceano è il mondo, senza partizione o divisione, solo profondità ed estensione,” scrive Iduma. “L’opacità del mare è quindi la sua ricca, pericolosa promessa. Alcuni annegheranno, e alcuni raggiungeranno il porto.

Tuttavia, A Stranger’s Pose rimane una potente testimonianza delle possibilità che risultano dal movimento umano.

(L’intervista, anche nella sua versione originale riportata sul sito Africa As A Country, è stata condensata e modificata per maggiore chiarezza)

CC: Questo libro può essere letto come un processo di trasformazione; come artista, scrittore, persona. Come ti hanno modellato i tuoi viaggi?

EI: Sono arrivato alla fine del libro con la sensazione di aver articolato qualcosa per me come essere umano, ovvero la nozione di cosa voglia dire essere uno straniero. Ho sentito di avere il materiale per un libro che non parla solo di viaggio, ma più del processo di scoperta.

CC: Per tutto il libro, descrivi numerose relazioni brevi, ma non connessioni durevoli. In che modo pensi che viaggiare porti vicino alle persone, ma allo stesso tempo molto lontano?

EI: Mi è stato chiaro sin dall’inizio che non potessi creare relazioni durature [mentre viaggiavo] ma quello non era il punto. E questo è ciò che ha costituito la preoccupazione del libro –la nozione di alienazione.

Ma come stai entro quel momento in cui sei un estraneo eppure senti una qualche genuina interazione? Forse questo è esattamente il motivo per cui è un libro di viaggio, perché questo è ciò che il genere richiede o si aspetta dallo scrittore –scrivere di esperienze o incontri che saranno sempre brevi e, in quel senso, completi.

CC: Pensi che quella sia sempre la natura dell’essere un viaggiatore, o è anche una scelta? A che punto potrebbe essere possibile passare la linea di confine tra l’essere lo straniero di passaggio a essere parte di un posto o di una comunità?

EI: Penso sia nel momento in cui uno definisce casa. Per me quello è ancora qualcosa che sto cercando di capire, perché vivo in questo Paese (gli Stati Uniti) ed è una tale confusione e mi chiedo costantemente “quanto ancora starò qui? Cosa significa continuare a stare lontano dalla Nigeria, lontano dalla mia famiglia?”

CC: Ti senti a casa a New York?

EI: Direi di no, e questo parlando in maniera estremamente onesta. Specialmente perché non sono americano, riconosco sempre che può succedere qualunque cosa –il tuo visto potrebbe essere rifiutato–potresti non ottenere mai la residenza permanente o diventare un cittadino. Quindi in senso burocratico stretto, il solo sapere che il mio status risulta “provinciale” è abbastanza per far sì che io non mi senta sistemato. [Quando sono arrivato], sapevo solo di voler fare il mio MFA (“Master of Fine Arts” – Emmanuel Iduma, infatti, ha un MFA in Scrittura e Critica d’Arte preso alla School of Visual Arts di New York, NdR), e tutto si rifaceva al trovare la mia via nell’oscurità e provare a insistere che una vita da scrittore fosse possibile; sono sicura tu conosca quella sfida.

CC: È davvero solitario –stai creando qualcosa che non esiste e nessuno è davvero lì a guidarti o a dirti che andrà tutto bene.

EI: O dirti che è così che si fa. Mi sono formato come avvocato. Ho fatto dei lavori come curatore. Penso che sia difficile per le persone inquadrarmi. È come se parlassero di te come un accademico, o uno studioso, ed è davvero molto distante dai miei interessi.

Non ho pensato di stare scrivendo un libro di viaggio fino a che non l’ho finito. Stavo solo raccontando la mia esperienza. Ma qual è la narrativa di viaggio?

CC: Diversamente da altre narrative di viaggio, spesso non dici nomi o posti.

EI: Ecco, quello era molto importante per me, che l’anonimato fosse uno strumento per lo storytelling.

Ho pensato anche molto al progetto Pilgrimages di Yvonne Owuor che Chimurenga ha lanciato nel 2010, quando hanno mandato un certo numero di scrittori in differenti parte dell’Africa durante i Mondiali di Calcio per scrivere dei brevi pezzi. È stato concepito come un progetto di scrittura di viaggio. Il saggio di Yvonne è stato importante per me perché è andata dritta alla lirica–si è praticamente messa a cercare musica e silenzio.

CC: Nel libro, i tuoi viaggi sembrano quasi senza confini, ma poi questo lo contrapponi alle storie di qualcuno che è andato in Libia, o in Europa–come riconcili la tua libertà di movimento con quelli che non ne hanno alcuna?

EI: Mentre viaggiavo, la migrazione è diventato un tema scottante. Dal momento che tendo a scivolare via dall’ovvietà, volevo trovare un modo per parlare di migrazione e dei pericoli di attraversare l’Europa senza farne un libro sull’argomento. Come rendi questa cosa parte di un discorso più ampio? Il tema dell’itinerario; il tema della libertà di movimento o i suoi vincoli; o la doverosa distinzione tra vivere in una tenda e vivere in una casa in muratura?

Ho qualche limitazione nei movimenti perché ho un passaporto Nigeriano, ma non dello stesso tipo rispetto a chi un passaporto non ce l’ha proprio. Ho viaggiato in qualità di artista–e non c’è privilegio più grande di questo. Anche se abbiamo incontrato delle sfide lungo la strada, avevamo passaporti e finanziamenti; eravamo invitati nei posti. Anche se non conosci persone in un posto, hai tutto ciò che occorre per essere identificato come qualcuno con il diritto di accedervi.

Era importante ammetterlo sin dall’inizio, ed era anche importante spiegare o trasmettere come la mia esperienza impallidisse rispetto a quelle che ho incontrato lungo la strada.

C’era questo tipo che ho incontrato che ha detto “il mare è l’unica via.” E ho pensato che quella fosse l’unica cosa che avrei dovuto scrivere.

CC: Li penso come mondi dentro altri mondi.

EI: Lo penso anche io, e penso che sia importante che questo progetto trovi il suo modo di alludervi–è sempre un’illusione al posto della cosa principale–l’ombra non la sostanza. E mi sta bene, descrivere ciò che sta in mezzo.

In altri scritti di viaggio c’è il tentativo di dire che, siccome ci ho passato del tempo e fatto ricerche e lavorato, allora posso dire qualcosa di completo. Ma [sentivo che] potevo scrivere di questi [posti] frammentariamente. 

CC: Perché il persistente fascino e ammirazione per la fotografia?

EI: Penso sia per la sua memoria. Il fatto che le fotografie siano come parte di un indice–si riferiscono chiaramente a ciò che è stato. Una buona fotografia è difficile da dimenticare. C’è una bella citazione Audre Lorde:

However the image enters
its force remains within
my eyes.
(Comunque l’immagine entra
la sua forza rimane dentro
i miei occhi.
Traduzione mia)

CC: Non riveli molto su di te nel libro. Perché no?

EI: Uso il pronome “Io”!

CC: Ma non molto spesso. Traiamo delle osservazioni su di te–o sul tuo stato d’animo–ma solo in un particolare momento.

EI: Credo che la mia vita sia interessante solo se si connette alle vite degli altri. Quindi la mia preoccupazione è come usare la logica dell'”io”, ma anche proporre qualcosa un po’–non voglio dire universale–ma più ampio.

CC: Quando hai capito di voler fare lo scrittore?

EI: Quando avevo 6 anni. Penso che sia una di quelle cose per cui non potrò mai avere una spiegazione–è giusto quello su cui ruoterà la tua vita. Non ricordo un momento da bambino in cui non stessi o scrivendo qualcosa, o pensando di scrivere qualcosa, o non stessi tentando di “plagiare” qualcosa che stavo leggendo.

CC: In un saggio una volta hai scritto che il desiderio è sancito dalla perdita. Cosa intendevi?

EI: Sto diventando sempre più consapevole del fatto che la mia scrittura sia in qualche modo un tentativo di comprendere la perdita, così il mio pensiero allora era come poter mettere insieme il desiderio per le persone a cui vuoi bene, o di cui sei innamorato, alla consapevolezza del fatto che le perderai in un modo o nell’altro.

E volevo trovare un modo per dire che è la perdita che rende possibile l’esistenza del desiderio. Se non avessi perso delle persone, non saprei cosa significhi desiderarle.

CC: Come ti senti per l’uscita del libro?

EI: Ne sono fiero perché è la cosa più intenzionale che io abbia mai fatto. Sono curioso di come se ne parlerà e di come sarà accolto.»

                                  

Grassetti e corsivi miei. Tra parentesi quadre le aggiunte della giornalista che ha condotto l’intervista. Potete leggere la versione originale in inglese qui.

Ho trovato quest’intervista davvero interessante ed estremamente lucida. Emmanuel Iduma analizza con estrema sincerità il suo libro. Arriva dritto al punto, spiega bene il suo intento narrativo. Un modo di parlare di viaggi abbastanza diverso rispetto a quanto fatto da Noo Saro-Wiwa, ma non per questo meno intenso. Anzi.

E con le sue stesse parole, ci invoglia ancora di più a prendere in mano il suo “A Stranger’s Pose” e a immergerci nella sua lettura.

Avete mai avuto la percezione così chiara dei confini e della necessità di un passaporto specifico?

A me è capitato all’aeroporto di Brisbane.

Solo persone provenienti da determinati Paesi del mondo hanno aspettato, insieme alla propria valigia, su una linea tracciata a terra che il cane dell’unità cinofila facesse il suo dovere.✎

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