Friday Black: un dodecamerone di racconti distopici sospesi sul filo della realtà

Friday Black ✏ Nana Kwame Adjei-Brenyah

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  • Friday Black

Friday Black, Nana Kwame Adjei-Brenyah, Edizioni SUR, 2019, traduzione dall’inglese di Martina Testa.

Friday Black, immaginifica silloge di racconti sulla violenta e miserevole distopia del presente prossimo (e del passato) della società statunitense, segna il poderoso esordio letterario di Nana Kwame Adjei-Brenyah, ed è valso all’autore il riconoscimento del prestigioso Jean Stein Book Award 2019 da parte di PEN America.

Tradotti in italiano da Martina Testa per le Edizioni SUR, i dodici racconti rivelano l’incredibile talento narrativo e la straordinaria abilità dell’autore nel sovrapporre ed intersecare diversi generi, dall’(afro)horror alla satira, passando per la cronaca giudiziaria e la science fiction. Afroamericano, Nana Kwame Adjei-Brenyah è nato a New York da immigrati ghanesi, «fatto che influenza in mille modi la sua capacità di vedere il mondo e fare arte», come emerge dall’intervista della casa editrice.

Straniamento cognitivo, espressione coniata da Darko Suvin, critico letterario ed esperto di letteratura fantascientifica, è la sensazione, a tratti predominante, che ci accompagna nel turbinio spericolato delle storie che prendono forma tra gli avamposti di scenari urbani che ribollono di una violenza, ora brutalizzante, ora ineluttabile: le strade, i quartieri, l’ospedale, il parco giochi tematico, e il mall diventano i set cinematografici su cui scorrono le vite parallele di persone la cui realtà quotidiana è perpendicolare alla nostra, ne costituisce un superamento, un potenziamento negativo, uno scavalcamento iperbolico. 

Friday Black, short story che dà il titolo all’intera raccolta, Come vendere un giaccone, secondo il Re dei Ghiacci e Nel commercio al dettaglio sono le tre pale narrative di un trittico sul consumismo famelico e cannibalizzante, tema centrale di Venerdì Nero in cui il protagonista-commesso placidamente dichiara:

«Fin dalla prima volta, da quando sono stato morso, so parlare il Black Friday. O quantomeno lo capisco. Non lo parlo fluentemente, ma lo mastico. Ho dentro qualcosa di loro. Sento le persone, le taglie, il modello, la marca e il motivo. Anche se quelli non fanno altro che schiumare dalla bocca.»

Nel secondo racconto del trittico scorre sottotraccia la riflessione su quanto l’American Dream, o una certa idea di esso, sia ad appannaggio esclusivo delle famiglie bianche della middle class «ancora disposte a fare shopping insieme». Nel terzo, invece, Lucy, la cassiera-suicida, diventa la metafora, prima in carne e poi in ossa, della spietatezza mortale di un mercato del lavoro plasmato dalla logica nevrotizzante del capitalismo neoliberale che impone di imparare velocemente che

«se vuoi essere felice al Prominent Mall, la felicità devi andartela a cercare perché non ti verrà incontro di punto in bianco chiedendoti come va.»

Ambientato tra una stanza da letto e lo studio di un sensitivo, Lark Street è il racconto, forse, più delicato e difficile. È il racconto corale sulle conseguenze emotive di un aborto, in cui a prendere la parola sono anche i feti abortiti che ad un non-padre chiedono di descrivere la loro mamma e domandano se «ci sta almeno un po’ male» accusandolo di «non aver avuto le palle» mentre il gemello mai nato 

«afferrandosi lo spazio in mezzo alle minuscole gambette. Gambette che non sarebbero mai cresciute abbastanza da prendere a calci cose come i tappi di bottiglia, i palloni da calcio o le altre persone, replicava:- «Mi sa che ho più palle io di te, e calcola che mi mancano tipo tre mesi agli organi genitali.» 

Come ha scritto Bernardine Evaristo sul Guardian, «i feti parlanti sono la personificazione dei rimorsi dell’uomo ma la storia è troppo complessa per essere letta come un semplice racconto con una morale».

Se vogliamo cogliere il suggerimento della “co-vincitrice” del Booker Prize 2019, ci tocca allora considerare I cinque della Finkelstein e Zimmer Land non come delle semplici short stories che servono da sceneggiatura ad una narrazione del razzismo negli Stati Uniti. Una narrazione calata in un universo parallelo e distopico, eppure riconducibile alla concreta materialità dell’odio anti-nero nel presente razzista d’Oltreoceano.

Andando oltre a questa lente del razzismo, infatti, si cela una realtà più complessa e profonda. Quasi tutti i protagonisti afroamericani dei racconti, pur lavorando, conducono le loro esistenze sulla soglia della povertà e, in alcuni casi, perdono la casa finendo con l’abitare in umidi scantinati. Il tema della Black Homeownership acquista pertanto una decisiva centralità nei racconti che mettono in luce come l’assottigliarsi del ventaglio di possibilità per gli afroamericani di possedere una casa di proprietà «venga identificata come significativa conseguenza delle disuguaglianze che impattano sulle comunità nere».

Le domande che attraversano I cinque della Finkelstein e Zimmer Land sono molteplici: qual è il posto per la Black Manhood in un ordine bianco del mondo che deliberatamente percepisce il Nero come minaccia e bersaglio da “neutralizzare”? Quanto è forte la catena della disumanizzazione che non risparmia nemmeno i bambini neri? Quegli stessi bambini decapitati dalla motosega azionata da un bianco che un tribunale assolverà dall’accusa di omicidio dopo che l’avvocato, giocando la carta della legittima difesa, avrà strepitato:

«Questa storia l’abbiamo già sentita. Un onesto cittadino bianco che ha lavorato tutta la vita viene messo in una situazione in cui è costretto a difendersi. E di colpo diventa un “razzista”. E di colpo diventa un “assassino”. Senza un movente, senza precedenti, solo in base ad una serie di storie assurde inventate da cosiddetti “amici di infanzia” e cosiddetti “membri della famiglia”.»

Un’arringa breve e terribile quasi a voler ricordare alla corte che nei bei vecchi tempi le testimonianze di neri e schiavi non erano ammesse perché schiavi e neri non erano considerati persone. 

Zimmer Land è un racconto incubico: nel parco dei divertimenti i bianchi sparano a neri e finti terroristi islamici per gioco. Si simulano omicidi e processi, la Statua della Giustizia svetta lucente all’ingresso. Il dipendente nero, che finisce ammazzato otto volte su dieci durante il turno di lavoro, confessa:

«la notte sogno di morire. Ucciso da un proiettile. È un sogno che faccio spesso. Ma stavolta, dopo morto, sento che l’anima mi si stacca dal corpo. Abbassa gli occhi, guarda il corpo e dice: “Sono qui”». 

Nana Kwame Adjei-Brenyah, al pari di Hannah Giorgis, ci ricorda che «essere nero in America significa vivere in una condizione di tormentata e mondana prossimità alla morte ogni momento».

Però, come dice Ama nelle battute conclusive dell’ultimo racconto, «neanche l’apocalisse è la fine».✎

Incipit

Friday Black

«Fela, la ragazza senza testa, avanzò verso Emmanuel. Aveva il collo slabbrato da una ferocia rossa. Taceva, ma lui sentiva che stava aspettando di vedergli fare qualcosa, qualunque cosa.
Poi gli squillò il telefono e si svegliò.
Fece un respiro profondo e regolò la Nerezza della voce abbassandola a 1,5 su una scala da 1 a 10 (…) Quella mattina, come tutte le mattine, la prima decisione che prese riguardava la sua Nerezza. Aveva la pelle di un marrone scuro e uniforme. In pubblico, quando  la gente poteva effettivamente vederlo, gli era impossibile anche solo avvicinarsi ad un livello di Nerezza basso come 1,5.»

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