Generazioni in cammino da Gulu Station a Roma nel romanzo di E.C. Osondu

Quando il cielo vuole spuntano le stelle ✏ E.C. Osondu

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  • Gulu Station, Afrologist

Quando il cielo vuole spuntano le stelle, E. C. Osondu, Francesco Brioschi Editore, 2020, traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni.

La lettura di Quando il cielo vuole spuntano le stelle (Francesco Brioschi Editore) evoca sensazioni tattili. Mappare la trama di questo romanzo è come accarezzare un abito di chiffon. Le parole sono piene, rotonde, quasi setose. E.C. Osondu, scrittore nigeriano trapiantato nel Rhode Island, prima studente alla Syracuse University, poi docente di Letteratura anglofona e Scrittura creativa al Providence College, è un sarto della parola e delle emozioni.

Appartiene a quella variegata schiera di scrittori e scrittrici che, per vicende familiari o personali, dalla Nigeria si sono trasferiti negli Stati Uniti. Le traiettorie biografiche di Akwaeke Emezi, Teju Cole, Chinelo Okparanta, Emmanuel Iduma, Chimamanda Ngozi Adichie, Sarah Ladipo Manyika, Chris Abani e dello stesso Osondu, intessute di viaggi, incontri, spostamenti, delocalizzazioni geografiche e culturali, hanno contribuito a consolidare e a internazionalizzare la dorsale nigeriana della letteratura “made in Africa”.

Le ragioni del successo e della popolarità del filone nigeriano sono molteplici: da un lato c’è il peso della tradizione dei grandi nomi della letteratura nazionale (Chinua Achebe, Wole Soyinka, Buchi Emecheta) che vanno onorati, dall’altro c’è l’esuberanza delle new waves di autori e autrici che con originalità lastricano il sentiero della letteratura nigeriana con opere di incandescente bellezza.

Questa esuberanza viaggia, senza apparenti barriere linguistiche, tra Abuja, città in cui ha sede la casa editrice Cassava Republic, fondata nel 2006 da Bibi Bakare-Yusuf insieme a Jeremy Weate, e le città che ospitano importanti festival letterari nel continente africano e sulle due sponde dell’Atlantico.

Nel 2009 Osondu ha vinto il Caine Prize for African Writing per il racconto Waiting, la storia di Orlando Zaki, rifugiato bambino. Nel 2019 ha ricevuto il BOA Short Fiction Prize per la raccolta Alien Stories, diciotto racconti sull’alterità che mescolano il genere fantascientifico con la “narrativa dell’immigrazione”.

In Quando il cielo vuole spuntano le stelle, Osondu ci fa dono di una prosa incantatrice ammantata dalla grazia di uno stile affabulatorio che rende omaggio alla pienezza della vita e della letteratura attraverso le storie dei personaggi che popolano il testo. È un romanzo delicato e iridescente nel sovrapporre al tema centrale – il viaggio fisico e mentale della migrazione – considerazioni pratico-filosofiche sulla felicità, l’esistenza umana, le disuguaglianze e su un certo modo di essere nel mondo.

Protagonista di questa fiaba amara e realista è un giovane senza nome che abita nel villaggio di Gulu Station che

«ha uno di tutto. Un luogo di culto. Una drogheria. Uno zoppo che è anche il calzolaio del villaggio»,

tranne la stazione ferroviaria vagheggiata nel toponimo.

A Gulu Station, villaggio immaginario ma non troppo, arriva un uomo che il nostro protagonista anonimo battezza “Bros”. Bros è stato a Roma ed è tornato a casa accompagnato da pile di scatoloni. Ha ristrutturato la casa paterna addobbando il tetto con un numero imprecisato di lampadine «per scacciare l’oscurità». Condivide cibo e doni con le persone di Gulu Station.

In quest’atmosfera di gioviale e conviviale opulenza decide di incaricare il figlioccio di Nene come postino di lettere e bigliettini d’amore indirizzati alla signorina Koi Koi, insegnante di scuola. Quei messaggi su carta vergano parole di una lingua sconosciuta eppure insolitamente dolce. La signorina Koi Koi è Bella e Bros vorrebbe che lei fosse la sua Innamorata. Il tempo scivola via tra promesse d’amore e vince le iniziali resistenze della giovane donna ancora scossa dal naufragio di una precedente relazione. Bros ricompensa il suo giovane postino, Cupido vittorioso, con la mappa di una strada che da Gulu Station l’avrebbe condotto a Roma. La mappa

«conteneva strade, montagne, colline, fiumi, canali, sabbia, altra sabbia, un sacco di sabbia, sabbia infinita e ancora altra sabbia dopo la sabbia infinita.»

Il pupillo di Nene intasca la mappa logora trasformata in amuleto e alla donna che l’ha allevato come un figlio confida di voler intraprendere un viaggio fino a Roma e poi tornare a casa

«con grandi ricchezze che l’avrebbero resa felice.»

Nene somiglia sempre più ad una sacerdotessa degli oracoli. Scruta il futuro del figlio adottivo: non si metterà in viaggio perché si consumi nell’invidia delle altrui ricchezze ma per «diventare un uomo». Il romanzo giunge qui ad una curva e diventa romanzo d’iniziazione e di formazione. Dopo la morte di Nene, a Gulu Station piomba l’Esercito dei Sette, un manipolo di fanatici che sperano di convincere i giovani del villaggio a unirsi nella lotta contro il governo.

Per sottrarsi a questa violenta chiamata alle armi, i giovani di Gulu, consigliati dagli anziani e col favore del cielo notturno, abbandonano le case natali. Ad attenderli, però, c’è il deserto “dio dei dispetti”.

Tra tende di plastica, materassi ricoperti di bucce d’arancia e scritte sui muri, il figlio non figlio di Nene stringe amicizia con Anyi che vuole raggiungere il vecchio continente e diventare una stella del calcio, e conosce Ayira. Per lei Europa vuol dire lavorare come bambinaia e liberarsi dal ricatto di un matrimonio combinato per saldare i debiti del padre. Zaaid, invece, si è messo in viaggio per dire addio alla carriera di bambino soldato. 

Si trovano in Libia, Paese che Osondu non cita intuendo che il lettore saprà da solo identificare i luoghi della geografia della violenza attraversati da chi s’immagina una nuova vita in Europa. Il figlio di Nene racconta:

«il paese dove ci fermammo per attraversare il mare era un paese di voci. Giravano voci spaventose di sequestri – a molti non piaceva il colore della nostra pelle e rapivano la gente come noi per usarla come schiavi.»

Il tiranno del Paese, l’innominato Muammar Gheddafi, tratta con le cancellerie della sponda nord del Mediterraneo

«per impedire a gente come noi di attraversarlo.»

Osondu non tira fuori dallo scrigno delle parole quelle per noi più usuali. Non sono migranti i protagonisti di questo romanzo. L’uomo e lo scrittore rifiutano di coniugare al solo participio presente le vite di uomini e donne in cammino.

In epigrafe l’autore riporta un verso tratto da Home, poesia di Warsan Shire:

«Nessuno affida i propri figli ad una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.»

Il romanzo d’esordio di Osondu ci restituisce una “memoria dell’acqua”, espressione che rubiamo a Caterina Mazzucato (Io sono il mare, Il Saggiatore, 2020) fatta di preghiere e di attese su un gommone in mezzo ad un mare talvolta così infuriato da sputare fuori corpi senza vita. 

Quando il cielo vuole spuntano le stelle è un classico moderno universale. Universale, perché racconta l’unitarietà della condizione umana malgrado le differenti latitudini geografiche. Moderno, perché riflette sulle contingenze del tempo presente. Classico, perché piega il linguaggio dell’epica del pensiero occidentale ad un’ars narrandi che si nutre di miti e proverbi del continente africano.

Nei penultimi capitoli dell’opera, dedicati al mare, alla barca e allo sbarco, si percepisce l’eco delle storie di Ulisse e Enea. Le donne e gli uomini dal multiforme ingegno si industriano per resistere alla traversata e non ascoltare le “sirene” dei trafficanti che vorrebbero ingaggiare come corrieri della droga alcuni degli uomini pronti a salpare. Sulla doppia metafora del mare affamato di corpi e del mare che unisce, la letteratura del mondo antico ha costruito la sua fama sempiterna. La storia di Enea è anche la storia di un profugo rifiutato, di chi a riva non riceve accoglienza ed è scacciato “dal margine estremo del lido”.

Il senso profondo di questo romanzo, però, risiede in una poetica dello “sguardo-voce”, costruita intorno alla figura di Nene, depositaria di una saggezza millenaria e solida, che trova nella fiaba dei sentimenti puri la sua morale e il suo compimento.✎

Incipit

Gulu Station, Afrologist

«La prima volta che ho sentito parlare di Roma pensavo fosse in Paradiso. Sì, come Gerusalemme, Israele, la Siria, la Giordania, l’Abissinia, e quei posti di cui parlano soltanto i libri sacri.
Ma questa volta era appena tornato da Roma una persona in carne e ossa. Per rispetto lo chiamerò Bros, perché a Gulu Station non si può chiamare per nome nessuno che sia più vecchio di te.
Il giorno in cui Bros tornò da Roma vedemmo un’infinità di scatoloni. Ci aveva messo un sacco a scaricarli, ed erano tutti dello stesso colore. Quel giorno mi resi conto che gli scatoloni potevano avere delle famiglie, proprio come noi umani. Ne vidi due enormi, mamma e papà, e poi tanti piccoli, fratelli e sorelle scatoloni.»

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