Hamid Barole Abdu, un poeta tra Eritrea e Italia

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Il secondo episodio di questo mio reportage sugli storyteller africani o anche solo d’origine, che vivono nel nostro paese oppure hanno uno speciale legame con l’Italia, vede come protagonista il poeta Hamid Barole Abdu.

Hamid è un poeta e scrittore eritreo, nato ad Asmara nel 1953. Dopo aver studiato letteratura nel suo paese natale, è arrivato in Italia nel 1974, per poi stabilirsi a Modena. Negli anni ha lavorato come operatore psichiatrico ed esperto in ambito interculturale. Ha realizzato numerosi progetti di ricerca e studi sul fenomeno migratorio, e molti dei suoi articoli sull’argomento sono stati pubblicati da autorevoli riviste.

Il suo primo libro di poesie, Akhria – io sradicato poeta per fame, è uscito nel 1996 e ha ottenuto molti consensi dalla critica. I testi in esso contenuti sono stati utilizzati per la realizzazione di due spettacoli teatrali. Eccone un brano:

Conosci il sentimento della
nostalgia?
Immagina un giovane baobab
in erba,
egli conosce il calore del sole
lo chiama, minuto per minuto,
scandendo il tempo,
grado per grado.
Conosce le vibrazioni
della pioggia che
desidera e ama,
dissetante e rinfrescante,
egli sente le voci
delle mille specie di uccelli
che popolano la foresta,
i canti delle scimmie,
il sorriso del mattino,
il bacio della sera.
Immagina ora
questo giovane forte baobab
strappato dalla sua terra,
trasportato e dopo
un lungo viaggio,
piantato
su un pezzo di prato
relegato ai margini della
strada
nella grande città del nord.
Ebbene, credimi,
se sarà abbastanza forte
da non morire
avrà energia per un solo sentimento:
la nostalgia.

Nella sua lunga carriera ha portato in giro per il mondo le sue storie e si è specializzato nell’arte del racconto orale:

È con grande piacere, quindi, che inizio questa mia intervista:

Perché scrivi?

Oggi più che mai ho la netta consapevolezza che scrivere abbia un effetto decisamente terapeutico. Come scrissi nella mia nota in Akhria – io sradicato poeta per fame (1996) «…in questo libro ci sono i miei tentativi di esorcizzare le paure, le angosce; la disperata ricerca del male e del bene; il male dell’Uomo che sta in me, il sole che sento lontano…». Nel momento in cui metto nero su bianco il mio pensiero, questo mi permette di esteriorizzare il vissuto, nel bene o nel male, insomma a seconda dei temi che affronto c’è quasi sempre il mio stato emozionale che rimane fermo. Scrivere è la forma più immediata e utile per manifestare il mio vissuto. Per esempio, se sto attraversando un momento particolare e ho la necessità urgente di verbalizzare, condividere tale vissuto, non sempre ho a portata di mano qualcuno con cui farlo in tempo reale, quindi quale miglior scelta, direi sana, se non scrivere ciò che sento. C’è anche da dire che a volte il mio stato d’animo è così preponderante da non riuscire a verbalizzarlo in modo adeguato. Oppure, ancor prima sento la necessità di fare chiarezza in me, per cui scrivere e poi rileggere è un ottimo metodo per riflettere ed elaborare il mio vissuto del momento.

Cosa sono per te le storie?

Ci sono storie reali, surreali, di fantasie o leggende. Le storie, al di là della loro tipologia, dipendono oltre che dal contesto, anche dalla condivisione del gruppo sociale e dei codici, gli usi e costumi.

In che modo pensi che la narrazione orale possa essere importante oggi?

La narrazione orale è la condivisione con gli altri di storie ed esperienze. Le storie sono diverse, dipendono dalle circostanze, dai contesti, dai nostri vissuti, dai percorsi fatti. La fantasia e la predisposizione a contestualizzare le storie giocano ruoli importante nella narrazione orale, così come la capacità del narratore con il suo linguaggio e il suo corpo nell’incidere sui canali comunicativi del pubblico. La narrazione orale è efficace quando è in grado di coinvolgere il pubblico e i suoi sensi. È un modo per far rivivere la memoria individuale e quella collettiva.

Qual è la differenza per te tra scrivere una storia e raccontarla a voce?

Spesso quando vediamo un film, leggiamo sui titoli di testa: “Il film è tratto dal libro… o da una storia vera accaduta in…”. Coloro che vedono questo film dopo aver letto il libro, commentano: “…è più bello il libro che il film…”, o viceversa. Con questo esempio intendo distinguere tra scrivere una storia e raccontarla. Non sempre chi scrive ha la predisposizione alla narrazione. Un abile narratore è colui che ha la capacità di immedesimarsi nel personaggio e, contemporaneamente, di fare entrare il pubblico che lo ascolta all’interno della storia narrata.

Nello scrivere c’è la presa di distanza, mentre nel narrare c’è il mettersi in discussione da parte del narratore affidandosi tutto alla sua memoria.

Qual è il legame tra le tue origini e ciò che racconti?

Dopo molti anni trascorsi in Italia, rimangono dentro di me elementi incancellabili e insostituibili della mia cultura originale. Mi accorgo spesso, per esempio, di fare riferimento nella vita di tutti i giorni a proverbi e aneddoti che mi furono trasmessi, in particolare, oralmente da mia madre.

«Nello scrivere questo libro ho rafforzato dentro di me l’immagine che avevo della mia cultura di provenienza, e solo attraverso questa presa di coscienza ho scoperto un dialogo tra la cultura eritrea e quella italiana, sia dentro di me, sia nei rapporti tra di me e le altre persone.»

[P.S. mia nota introduttiva per Eritrea – una cultura da salvare, 1988]

A tuo avviso, cosa manca dell’Africa e, soprattutto, dell’essere africano nella narrazione pubblica attuale?

Quello che va sfatato è l’immaginario collettivo degli italiani riguardo ai cittadini africani che vivono in Italia. In questo, grande parte della responsabilità va attribuita ai mezzi di comunicazione e agli operatori della stampa che enfatizzano gli aspetti negativi messi in atto dai cittadini africani.

Quando la società italiana inizierà a vedere gli africani come portatori di valori quali il rispetto degli anziani, l’amore per la natura, il rispetto della parola data, dell’amicizia, della famiglia, ecc., ecco allora che si creerà un terreno di confronto, di dialogo e di ascolto.   

Come vedi la rappresentazione popolare moderna, attraverso le varie modalità narrative, dell’immigrazione africana?

Per la maggioranza della popolazione italiana la rappresentazione mentale che ha sull’Africa è ancora negativa. L’Africa è sinonimo di povertà, fame, miseria, guerra e così via. Questo è dovuto, da una parte, al ruolo che svolgono gli addetti dell’informazione, dall’altro lato, i cittadini africani che vivono da decenni in Italia non vogliono esporsi. Mi riferisco, in particolare, a coloro che hanno gli strumenti nell’ambito culturale in senso ampio della parola.

Finora hai vissuto sia in Italia che in Africa: quali sono le differenze nelle due rispettive esperienze nell’essere un narratore?

Le società africane sono di tipo semplice, a differenza delle società occidentali che sono di tipo complesse. Nelle prime, proprio in quanto semplici, la narrazione può essere messa in atto attraverso l’improvvisazione spazio-temporale.

Cosa si prova a raccontare dal vivo storie che riguardano temi di rilevante e attuale importanza?

È una cosa gratificante, soprattutto quando avverto la percezione di un feedback del pubblico attento e interessato ad ascoltare. 

Qual è la storia legata al continente africano che ancora non hai affrontato e che vorresti un giorno raccontare?

Certamente ce ne sono diverse, in particolare la colonizzazione italiana in Eritrea e le storie degli ascari arruolati nell’esercito italiano. Questa storia coinvolge anche mio padre che la visse in prima persona.✎

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