I racconti brevi di Suleiman Cassamo: un ritratto postcoloniale del Mozambico

Nigeria campione del mondo ✏ Suleiman Cassamo

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Racconti

  • Suleiman Cassamo, Afrologist

Nigeria campione del mondo, Suleiman Cassamo, Edizioni Spartaco, 2006, traduzione dal portoghese di Giulia Brunello.

Nigeria campione del mondo è il primo libro in lingua italiana che riunisce in un unico testo due raccolte di racconti, O Regresso do Morto (Il ritorno del morto) e Amor de Baobà (Amore di Baobab) scritti dal mozambicano Suleiman Cassamo tra il 1989 ed il 1997, e tradotti da Giulia Brunello per le Edizioni Spartaco (2006). 

Insignito del Grande Prémio Sonangol de Literatura nel 2016 per l’opera A Carta da Mbonga, Cassamo è, al pari di Paulina Chiziane, Elton Rebello, Mia Couto e Ungulani Khosa, grande protagonista della stagione contemporanea della letteratura mozambicana.

Un titolo che strizza l’occhiolino alla passione africana per il calcio

Il racconto eponimo che dà il titolo all’intera collezione è il settimo della raccolta Amore di Baobab e fa parte di un cammeo letterario che trasforma il calcio, la passione degli uomini semplici che abitano le periferie degli Imperi, nella complessa metafora di una vita da affrancare da una condizione di subalternità. 

Protagonista del racconto Nigeria campione del mondo è l’orologiaio Faftine. Si è allontanato da casa al termine della partita in cui le Super Eagles sono state battute dall’Albiceleste col punteggio di 1 a 2 ai Mondiali di USA ’94. Tutti lo credono morto fino a quando non lo scorgono chino sul tavolo da lavoro mentre giustifica così la sua prolungata assenza:

«Sto inventando una macchina per arbitrare. Una macchina non è un uomo. Per un apparecchio non conta il colore, il continente o la fama del paese del giocatore. Se invento la macchina per arbitrare, la Nigeria non tarderà a diventare campione del mondo.»

Nel racconto Il mitico Fidirico Maposse ai Mondiali c’è spazio solo per l’amaro ricordo di una vittoria non riconosciuta né doverosamente celebrata. Nel Portogallo arrivato terzo ai Mondiali di calcio disputati in Inghilterra nel 1966, militavano Eusébio, Mario Coluna, Hilário da Conceição e Vicente Lucas, tutti nati in Mozambico. Una foto sbiadita li ritrae con le medaglie di bronzo al collo. 

«Eusébio, Coluna, Hilário e Vicente: una squadra dentro una squadra, il nostro sangue, la nostra forza. E il Portogallo non ha mai pagato […]. Almeno un cesto di palloni. Chi taglia un albero, se è educato, ne pianta un altro. Nello stadio da Luz di Lisbona nella statua alla Pantera Nera, siamo anche noi raffigurati da Maputo a Rovuma.»

Calcio e colonialismo

Harry G. West, nel recensire il corposo saggio di Nuno Domingos Football and Colonialism. Body and Popular Culture in Urban Mozambique, scrive: «negli articoli per il giornale O Brado Africano il poeta e giornalista José Craveirinha nella seconda metà degli Anni Cinquanta descriveva i modi in cui i mozambicani che giocavano a calcio nei sobborghi di Maputo piegavano quello sport europeo alle proprie necessità espressive. Attraverso i movimenti, il lavoro dei piedi e la parlata, usavano la “malizia” o la scaltrezza per negoziare il proprio posto nella società coloniale. Quelle manifestazioni, per Craveirinha, richiedevano un vasto studio che avrebbe potuto condurre all’acquisizione di una maggiore conoscenza dell’uomo nero, dei suoi problemi e dei suoi scontri con la civiltà europea». 

Negli stessi anni in cui l’autore di Babalaze das Hienas suggeriva di analizzare con maggiore accuratezza le implicazioni culturali dell’esportazione di uno sport europeo nelle appendici geografiche dei possedimenti coloniali in Africa, dalle stesse colonne di O Brado Africano José Manuel, ex presidente del Centro Associativo dos Negros da Colónia de Moçambique, scriveva che il calcio

«bloccava l’evoluzione dell’Africa e prosciugava i pensieri del cervello. Il calcio era una malattia, un’alienazione. Il calcio tradiva quanti avevano elevato a grandi altezze il valore intellettuale dell’uomo nero dimostrando che oltre a muscoli forti, il corpo dell’uomo africano dava rifugio anche ad un attributo del quale Dio aveva dotato l’essere umano senza alcuna distinzione tra i colori dell’epidermide, la Mente.» 

Cassamo nei suoi “racconti del pallone” dà conto di questa doppia scuola di pensiero sulla funzione assolta dal calcio in un complesso mosaico dell’economia delle passioni e del tempo libero in situazione coloniale.

Come ha osservato Todd Cleveland, «lo Stato coloniale era interessato al potenziale del calcio quale gioco per sottomettere, distrarre, rafforzare la gerarchia razziale, inculcare il rispetto per l’autorità e minimizzare ciò che gli ingegneri sociali coloniali percepivano essere un uso improduttivo del tempo libero da parte degli indigeni. Lo Stato incoraggiava il calcio come un tentativo di civilizzazione delle popolazioni africane nello sforzo più ampio di utilizzare l’educazione fisica per controllare i corpi delle masse colonizzate» assimilate ad un groviglio di muscoli senza cervello.

La costruzione della Nazione ed il corpo delle donne

Dalla “conquista” dell’indipendenza del Mozambico dal Portogallo alla pubblicazione della prima opera di Cassamo passano solo 14 anni, un tempo brevissimo nella storia plurisecolare dell’imperialismo portoghese in Africa.

O Regresso do Morto viene pubblicato – da una casa editrice mozambicana –  mentre la guerra civile ancora imperversa. La forma del racconto breve, oltre a segnalare l’impossibilità di scrivere un’epopea della decolonizzazione, diventa allora la cornice letteraria più adatta a descrivere le resistenze e le trasformazioni, a tratti lente, a tratti repentine, intervenute nelle forme della vita sociale imposte dall’incontro violento con i coloni europei.

Le donne pagano il prezzo più alto. Strette tra due domini maschili contrapposti, scontano le disillusioni di una rivoluzione, quella di Samora Machel che aveva posto «la liberazione della donna come necessità precipua della rivoluzione, garanzia della sua continuità e condizione del suo trionfo». Le protagoniste dei racconti testimoniano le difficoltà di “rivoluzionare” la condizione delle donne mozambicane. 

Ngilina è «una bella ragazza diventata vecchia in un solo anno». Macina col sole delle sue lacrime le botte che riceve da un marito più grande di lei e da una suocera megera che la considera il “lobolo” sprecato dal figli e versato al padre ubriacone di «una ragazza che non fa figli». Ngilina è la sposa suicida. Cassamo dedica il racconto Madalena, fiore del mio cuore alle “ragazze del suo paese”

«dai sorrisi luminosi sulle labbra rosse per la radice di mulala, dai denti bianchi come farina di mais e dagli occhi grandi, profondi di quell’azzurro di cielo che abbraccia l’Oceano Indiano.»

Le ragazze di paese sono il primo amore dei giovani che vanno via dai villaggi d’origine per studiare nella capitale o in Europa. Vi fanno ritorno solo girovagando tra i pensieri. Sanno di non poter sposare ragazze di campagna che non parlano bene né mangiano con coltello e forchetta. 

«Fabião sogna di scrivere. Sogna di fissare sul foglio il sole che illumina il nostro paese cullato al ritmo del tuo pestello (…) E Fabião ti sposerà? Come può, se esiste Neves? Esistono tutti e due. Non volermene, tu sarai sempre il fiore di questo cuore. Non ti dico addio: il mio petto è la tua casa.»

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Incipit

Suleiman Cassamo, Afrologist

« — È vita questa? Insulti di continuo, lavorare tutti i santi giorni come asino che tira la carretta, presa a botte come bue che tira l’aratro. Piaga sulla guancia, bocca gonfia, naso graffiato, denti rotti, è vita questa? Questa non è vita, no. È meglio morire. Altroché se morire è bello. Tutto finisce, tutto. Sì, vale la pena morire… ma è così la vita di donna. Pazienza… solo Dio sa…

È così che Ngilina parla al suo cuore. Questo suo cuore gonfio nel petto, pesante in gola fino a chiuderle la bocca. Lacrime silenziose le bagnano le guance.»

Le parole degli altri

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Suleiman Cassamo, Afrologist© Afrologist
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