Il fischiettare che ammalia

Il fischiatore ✏ Ondjaki

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  • fischiatore, Afrologist

Il fischiatore, Ondjaki, Edizioni lavoro, 2005, traduzione dal portoghese di Vincenzo Barca.

Un’arte che certo ho sempre ignorato è quella del fischiare. Ho perso il conto delle persone che hanno cercato in questi 28 anni di insegnarmi a come posizionare le labbra, la lingua o le dita per produrre un suono che non fosse un banale sputacchio, ivi compresa una mia cuginetta quando credo avesse circa 7 anni. Niente da fare.

Per questo, quando su Libraccio ho trovato Il fischiatore dell’autore angolano Ndalu de Almeida, in arte Ondjaki, edito da Edizioni Lavoro per la collana L’altra riva, il titolo ha subito attirato la mia curiosità. La novella, più breve di un romanzo e più lunga di un racconto, mi ricorda tanto l’umorismo del Decamerone di Boccaccio. Quell’umorismo bizzarro che lascia un misto di stupore e divertimento sul viso, costringendo il lettore a chiedersi costantemente se ha davvero letto ciò che ha letto. Confesso di aver riletto alcuni paragrafi almeno tre volte per contenere l’incredulità, per convincermi delle immagini descritte, e gongolare come se stessi osservando il tutto da una panchina.

Con lo stesso spirito dei dieci giovani del Decamerone che si rifugiano in campagna per sfuggire alla peste che devasta Firenze nel 1348, il fischiatore ci trasporta lontani dalla quarantena, in un piccolo villaggio dell’Angola, in un giorno qualunque di ottobre, lì dove la pioggia è così silenziosa «al punto che, se non avesse bagnato, nessuno l’avrebbe creduta una pioggia». Un curioso personaggio arriva in paese e si siede sugli scalini della chiesa ad ammirare stupito la pioggia silenziosa, prima di entrare nel luogo sacro.

«Entrò in chiesa a passettini, senza far rumore. Era di mattina presto e la prima messa c’era già stata. Respirò l’aria del luogo, sentì una devota religiosità invadergli i polmoni e il cuore. La bellezza dell’architettura, la luce filtrata dalle vetrate, la mattina e l’ora, l’assenza del Parroco, fecero sì che cominciasse a fischiare. Scoprì, alla fine del primo pezzo, che si trattava di uno dei migliori posti al mondo per fischiare melodie.»

Chi abita, o ha abitato come la sottoscritta, in un piccolo paesino di poche anime, in cui la Parrocchia è al centro della vita dei suoi abitanti, godrà ancor di più di queste pagine. Tra i personaggi che popolano la storia, riconoscerete l’anziana comare amica di vostra nonna e il vecchietto scorbutico che vedete sempre in bicicletta attraversare il paese, solo per sbirciare la vita e sapere le ultime notizie sul piazzale della chiesa.

Proprio dove la vita scorre immutata, un piccolo sassolino lanciato in uno stagno può provocare grandi tsunami. Chi è lo straniero che fischia in chiesa? E come può il Parroco permettere un tale scempio? Cosa dirà la Bibbia in merito? La messa giornaliera sospesa fino a domenica, ma come? Un coro di voci, quelle di Dona Mamã, di KoTimbalo il Becchino, di KeMunuMunu il Commesso Viaggiatore, del Parroco, di KaLua e Dissoxi, raccontano al lettore le increspature nell’acqua, lo scompiglio provocato dalle performance musicali del fischiatore, ognuno a modo proprio.

«(Chi avesse visto quella folla di vecchi radunati semplicemente vicino alla chiesa, avrebbe avuto certamente voglia di dipingere un quadro, o, più sbrigativamente, di scattare una fotografia. Non so se si possa definire ridicola la situazione, ma curiosa in effetti lo era: negli sguardi dei vecchi, perché per la maggior parte erano vecchi, era manifesta quell’aria di malizia e di paura che troviamo in genere nei bambini. Si avvicinavano il più possibile alla chiesa, ma stavano attenti a non far rumore; sembrava stessero origliando una melodia tassativamente proibita dall’Inquisizione; sembrava spiassero, dal buco della serratura, una scena di sesso esplicito; si sorridevano l’un l’altro, in un estenuante intreccio di piacere e timore. E i loro sorrisi erano così belli che ognuno di loro credeva di vedere nell’altro il sorriso più incantevole che in vita sua avesse visto.)»

Ondjaki narra la s-combinazione dell’ordinario con uno stile molto descrittivo e astruso, condito da un’originalità che tocca tutti i cinque sensi. Usare le parole per tracciare suoni e melodie può sembrare un’impresa impossibile senza note e pentagramma, eppure l’autore ci riesce abilmente.

Ancor più notabili sono gli effetti delle armonie del misterioso fischiatore. Oltrepassando le mura della chiesa, raggiungono ogni essere vivente scuotendolo nel profondo, anche nel sonno, raggiungendo le parti più recondite, i ricordi e i desideri. Con immensa soddisfazione degli ascoltatori ammaliati, persino i migliori sogni, quelli in cui i corpi anziani ritrovano il vigore e le passioni giovanili, diventano realtà. E, in alcuni casi, finiscono per assomigliare ad una caricatura de Un malato di cuore di De André.

«L’esercizio sessuale era stato così intenso, la richiesta che le vecchie avevano fatto ai loro corpi e ai loro muscoli così elevata che due vedove impiegarono l’intera durata del pomeriggio e l’inizio della sera per dichiarare al mondo e a se stesse il trapasso dei rispettivi mariti nell’esacerbato svolgimento delle proprie funzioni sessuali. E i due uomini, ancora giacenti sulle affrante assi crollate a terra, sarebbero stati sepolti con gli stessi sorrisi perversi con cui erano stati ritrovati.»

Chi se lo sarebbe mai aspettato da un libro dal titolo tanto innocente e dalla copertina illustrata come quella dei libri per bambini?

Autore, di fatto, anche di fiabe per bambini, di opere di teatro e di poesia, oltre che artista poliedrico dedito a pittura e cinema, Ondjaki è stata sicuramente una bella e singolare scoperta: una promessa di evasione con un pizzico di stravaganza. Proprio ciò di cui abbiamo voglia e bisogno.✎

Incipit

fischiatore, Afrologist

«Arrivò in ottobre, insieme alle piogge lunghe e silenziose di quel villaggio. I capelli gli ricadevano sui lati magri del viso, gli abiti erano completamente zuppi e pesanti, gli occhi a mala pena si aprivano tanto era lo stupore: era una pioggia che bagnava come qualsiasi altra, ma senza il dono naturale di far rumore quando cadeva. Credette di trovarsi avvolto in una nebbia densa, e aprì la bocca. Assaggiò l’acqua, la sua realtà bagnata, e si sedette sulla porta della chiesa. Non aveva mai visto una pioggia così.»

Le parole degli altri

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fischiatore, Afrologist© Afrologist
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