Il genocidio in Ruanda tra storia e romanzo

Rwanda. Murambi, il libro delle ossa ✏ Boubacar Boris Diop

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  • Ruanda, Afrologist

Rwanda. Murambi, il libro delle ossa, Boubacar Boris Diop, e/o edizioni, 2004, traduzione dal francese di Cristina Schiavone.

Le pagine di Rwanda. Murambi, il libro delle ossa (e/o edizioni, 2004) sono le pagine di un romanzo che supera i confini della finzione letteraria per farsi testimonianza della violenza del genocidio in Ruanda e onorare il dovere della memoria. Secondo romanzo tradotto in italiano dello scrittore, giornalista e drammaturgo dakarino Boubacar Boris Diop – il primo, Il tempo di Tamango (Edizioni Oltremare, 1991), è ormai introvabile – Rwanda. Murambi, il libro delle ossa è, nelle parole di Toni Morrison, un testo «potente, terribile e bello», un miracolo letterario e umano insieme, in grado di restituire un senso, seppur tragico, alla vita dopo l’orrore del genocidio in Ruanda.

In un precedente romanzo, Le cavalier et son ombre (Stock, 1997), Diop aveva fatto qualche allusione alle atrocità compiute nel “Paese delle mille colline” inserendo nella trama, come ha scritto Mwamba Cabakulu, una sorta di “allegoria del genocidio” attraverso la finzione narrativa di scontri etnici tra il gruppo dei twi e quello dei mwa.

Con la partecipazione nel 1995 alla quinta edizione di Fest’Africa, festival delle letterature e della arti africane e afrodiasporiche organizzato dall’ente promotore Arts et Médias d’Afrique, Diop prendeva parte, insieme ad altri scrittori e cineasti, all’iniziativa Rwanda: écrire par devoir de mémoire.

A qualche anno di distanza dal soggiorno in Ruanda nel luglio-agosto 1998, la casa editrice parigina Zulma Éditions pubblicava Murambi, le livre des ossements. Di quel viaggio e del lavoro di scrittura che ne seguì, Diop ha raccontato:

«Noi scrittori non abbiamo potuto sperare di uscire indenni da un paese-cimitero he ha scelto di lasciare esposti alla vista di tutti i resti delle vittime del genocidio. Quell’esperienza è stata ben altra cosa che un contatto romanzato con la realtà. Abbiamo dovuto imparare ad ascoltare esseri uman distrutti raccontare i nostri stessi romanzi ancor prima che ne venisse scritta la riga iniziale.»

Il romanzo prende le mosse con il ritorno in patria di Cornelius Karekezi dall’esilio gibutiano. La scoperta di una dolorosa verità lo attende. Figlio di una donna tutsi e di un uomo hutu, Cornelius è accolto all’aeroporto di Kigali dagli amici d’infanzia, Jessica Kamanzi e Stanley Ntaramira, in un’afosa giornata del luglio 1998. Il manierismo dei convenevoli è un lusso che non si concedono. Jessica e Stan gli chiedono quando si recherà a Murambi. Cornelius avverte una strana vertigine, prova a spostare la conversazione su Zakya, la moglie, e sulla sua nuova vita nel Paese sul Mar Rosso.

Il giorno successivo, a  cena con Stan al Café des Grands Lacs, conosce Roger, «un uomo tarchiato con la voce grossa», insieme al quale si ubriaca in un ristorante senza nome nel quartiere di Kimihurura. Cornelius, con in circolo più whiskey che sangue, confessa a Roger di voler mettere in scena uno spettacolo teatrale sul genocidio che ha come protagonista Perrichon, un generale francese al quale hanno ammazzato un gatto proprio durante i mesi della mattanza in terra ruandese. Si vocifera che il gatto sia stato rapito dal giardiniere etiope. Due reclute locali se ne vanno in giro coi machete sguainati torturando e uccidendo alla ricerca del giardiniere e di un gatto che non verrà mai più ritrovato mentre Perrichon abbandonerà la scena miagolando.

All’indomani, dopo la notte alcolica, Cornelius rivede Jessica nella sua abitazione disadorna. Partono per Ntarama nella cui parrocchia sono custoditi gli scheletri delle vittime del genocidio. Ossa ammucchiate e un corpo quasi intatto sono semicoperti da sabbia fine nella chiesa di Nyamata. Alla fine di questo triste pellegrinaggio, la notte li sorprende a Kyaciru. Qui Jessica, vestita di coraggio, rivela a Cornelius:

«Devi sapere che tuo padre ha organizzato il massacro di parecchie migliaia di persone. La carneficina all’Istituto tecnico di Murambi, è stato lui. Devi sapere pure che ha fatto uccidere tua madre Nathalie Kayumba, tua sorella Julienne, tuo fratello François e tutta la famiglia di tua madre.»

Con questa rivelazione il romanzo giunge ad un punto di svolta non solo sul piano narrativo. Cornelius non è più l’esule che ritorna in patria per vedere e raccontare cosa resta del genocidio. Ai sensi ci colpa per aver scelto l’esilio mentre i suoi amici d’infanzia partecipavano ad un fronte di resistenza contro la barbarie, si sommano quelli derivati dalla scoperta di essere «il figlio di un mostro». D’un tratto si accorge

«di corrispondere alle caratteristiche del rwandese ideale: al tempo stesso vittima e carnefice.»

Nel momento esatto in cui prende coscienza della tragedia che lo riguarda personalmente, smette di essere il perno del romanzo. Cornelius, tuttavia, è anche l’alter ego del Diop scrittore e narratore onnisciente.

Inchiodare il protagonista principale ad una verità tanto tremenda quanto disturbante serve a Diop come escamotage per aprire il romanzo ad altre voci e allargare il taglio prospettico dell’intera opera. Nella parte centrale del testo altri personaggi prendono la parola. Jessica Kamanzi descrive l’incontro con una donna bellissima senza nome scappata dalle grinfie di un prete dal forte appetito sessuale. Joseph Karekezi, il padre di Cornelius, parla di come «ha svolto il suo dovere» a Murmbi e di come ha costruito la sua scalata al successo accatastando ossa in carnai d’argilla e marciando su cadaveri che galleggiavano su chiazze di sangue vivo.

Il colonnello Étienne Perrin si fa metafora vivente degli errori della Francia in Ruanda: doppiogiochismo, connivenza con gli ideatori e gli esecutori materiali delle violenze, copertura politico-diplomatica dei vari “dominus” invischiati nel genocidio cui sono state garantite vie di fuga nell’ambito della famigerata “Operazione Turquoise” quando l’offensiva militare del Fronte Patriottico Ruandese stava per concludersi con una schiacciante vittoria. Perrin sa che la Francia ha

«sulla coscienza un genocidio di una ferocia senza precendenti e un’umiliante sconfitta militare.»

Il tema del coinvolgimento della Francia nel conflitto ruandese, tema che interroga il ruolo di Parigi nel sostegno fornito all’esercito genocidario in rotta, è ancora un tabù politico malgrado le iniziative di studiosi che chiedono la desecretazione dei dossier ruandesi custoditi negli archivi presidenziali e ministeriali d’oltralpe. 

L’eccidio di Murambi non è un’invenzione romanzesca. Questo settore cittadino della Provincia Settentrionale del distretto di Rulindo è oggi uno dei sei siti, dislocati in tutto il Paese, divenuti memoriali del genocidio. È stato, con la sua scuola tecnica, teatro di un terribile massacro, e continua ad essere la tomba di quanti vi perirono di morte violenta.

Nelle pagine finali campeggia la figura di Siméon Habineza, il vecchio saggio che con la cetra intona a Imana (Dio) un canto di collera. Racconta ciò che è stato, l’orgia di sangue che ha trapuntato di rosso le colline ruandesi. La capacità di evocare, a distanza di tempo, nomi, luoghi, fatti e odori fa di lui un “narratore di eternità”.

Sulle rovine della violenza e sulle pietre d’inciampo della memoria Cornelius-Diop cerca un riscatto dalla cattiva coscienza. Non si mette in scena uno spettacolo teatrale sul genocidio nemmeno se l’intento è quello di canzonare sarcasticamente un generale dell’esercito francese. Raccontare l’orrore è possibile purché

«ogni cronista impari, cosa fondamentale del proprio mestiere, a chiamare i mostri coi loro nomi.»

Incipit

Ruanda, Afrologist

«Ieri sono rimasto in negozio un po’ più del solito. Devo dire che non c’erano stati molti clienti durante la giornata, cosa piuttosto inconsueta in questo periodo del mese. Per passare il tempo mi sono messo a riordinare i film sugli scaffali, nella speranza che qualcuno venisse a noleggiarne uno all’ultimo momento. Poi sono rimasto qualche minuto in piedi sulla porta del negozio. La gente passava senza fermarsi.
Mi piace sempre meno questa parte del mercato di Kigali dove mi sono sistemato nove anni fa. Allora ci conoscevamo tutti. I nostri negozi formavano quasi un cerchio all’incrocio. Quando c’erano pochi clienti, potevamo almeno ritrovarci davanti a una birra, tra amici, per lamentarci dei tempi duri.»

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