Fra passato e presente: il viaggio di Saidiya Hartman lungo la rotta atlantica degli schiavi

Perdi la madre ✏ Saidiya Hartman

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa non fiction

Tempo di lettura: 6 minuti

  • rotta atlantica schiavi, Afrologist

Perdi la madre. Un viaggio lungo la rotta atlantica degli schiavi, Saidiya Hartman, Tamu, 2021, traduzione dall’inglese di Valeria Gennari.

Il passato è un paese nel quale poter ritornare? È possibile superare la barriera dell’allora e dell’adesso per raccontare davvero gli episodi del passato?

Essere schiavi, lottare contro l’oppressione, fuggire, per poi finire nell’oblio della Storia. La professoressa americana Saidiya Hartman ha voluto ripercorrere quella rotta atlantica che dal continente africano è giunta fino in Occidente per dare voce a tutti quegli schiavi invisibili, dimenticati, dando vita a Perdi la madre (Tamu 2021), un racconto a metà fra saggio storico e memoria autobiografica.

La sottile linea fra passato e presente diventa sempre meno definita e gli schiavi di un passato che sembra lontano, ci parlano di una realtà che oggi risuona nel vissuto della diaspora nera:

«Ero venuta in Ghana in cerca di stranieri. La prima volta, nell’estate del 1996, solo per alcune settimane come turista interessata ai forti degli schiavi arroccati lungo la costa, e la seconda volta per un anno intero, a partire dall’autunno del 1997, come ricercatrice Fulbright associata al Museo Nazionale del Ghana. Il Ghana era un luogo come un altro per iniziare il mio viaggio, poiché non ero alla ricerca del villaggio ancestrale ma dei barracoon*. In qualità sia di ricercatrice sulla schiavitù che di discendente di schiavi, volevo disperatamente reclamare i morti, e cioè fare i conti con quelle vite interrotte e distrutte nel processo di produzione di merci umane.»

Lungo il cammino dello straniero, il viaggio di Saidiya Hartman inizia ad Accra dove, appena arrivata, deve fare i conti con il senso di estraniamento, di diffidenza del popolo che la definisce una obruni (straniera) perché nera, ma pur sempre americana; inizia a sentire lontane le sue radici africane, non così facili da riconoscere, sente il peso di una storia senza passato, senza gloria, né identità, quella degli schiavi.

Per ripercorrere il tragitto della schiavitù, raccontando dei suoi incontri con il popolo ghanese, Saidiya Hartman giunge ad Elmina, città conosciuta per il castello degli schiavi:

«Esaminai la città nell’avida ricerca di un dettaglio, di una traccia delle centinaia di migliaia di persone deportate dalla Costa d’Oro. Provai a immaginare quanti villaggi saccheggiati e abitazioni abbandonate e famiglie distrutte e orfani mettessero insieme questo numero. Ma non riuscivo a tradurre una sfilza di zeri in figure umane, a sentire il clamore degli schiavi ammassati sulla spiaggia o ad afferrare un sentore della loro paura lì, davanti all’oceano. Provai a calcolare quanto tempo ci sarebbe voluto ad abbracciare ognuno di loro, e a sussurrargli un addio.»

Difficile, quanto mai delicata, l’impresa di voler dare un volto e un nome a quanti passarono di lì. L’abolizione della schiavitù ha segnato l’inizio di una nuova epoca per il continente e l’indipendenza degli Stati africani, l’avvento delle lotte del socialismo africano e postcoloniale hanno in un certo senso, come si evince nell’evoluzione della storia, soppiantato la memoria del passato coloniale.

Nel capitolo Afrotopia, Saidiya Hartman racconta del sogno di un’Africa unita e di quanto il sistema postcoloniale abbia influito sui sogni degli émigrés degli anni ’60, ritornati in Ghana per ricollegarsi ad un passato ricco e glorioso, ma che metteva ancora più in oblio la realtà storica della schiavitù:

«Il sogno apparteneva agli émigrés, il cui «orizzonte di speranza» erano i detriti storici del mio presente. I rivoluzionari erano venuti in Ghana credendo di potersi reinventare, di rinascere nelle vesti di quegli uomini e quelle donne africani che sarebbero stati se i loro antenati non fossero stati rubati alla loro terra quattrocento anni prima. Ogni rivoluzione promette di fermare tutti i vecchi orologi, di gettare via i vecchi schemi e di istituire un nuovo ordine. Lasciarono gli Stati Uniti sperando di lasciarsi indietro anche la schiavitù. L’America li aveva creati, ma il Ghana li avrebbe ri-creati. Avevano creduto che la frattura del middle passage** potesse essere sanata e che gli orfani sarebbero potuti ritornare alle loro legittime case. Gli émigrés avevano desiderato di appartenere a una nazione del futuro.»

La Hartman afferma che con l’avvento del postcolonialismo, il panafricanismo si è trasformato, cedendo il passo a nuove speranze neocoloniali e postcoloniali, perdendo vigore ideale, mentre il socialismo africano è stato rimodellato dalle necessità dei ricchi africani e da quelle dell’Occidente. Nonostante ciò, non tutto il fervore idealistico è stato perso: nel ripercorrere la rotta atlantica, Saidiya Hartman si imbatte nella città di Gwolu, dove i fuggitivi delle schiavitù si erano rifugiati nel corso della storia dando vita a nuove comunità. È qui che prendono forma i sogni fuggitivi di un passato che, ancora oggi, non lascia molto spazio all’immaginazione e alla libertà:

«I nuovi arrivati erano i benvenuti. Non importava che non fossero parenti o che parlassero una lingua diversa, perché quello che importava non era la genealogia (la maggior parte di loro non era in ogni caso in grado di risalire più indietro di tre o quattro generazioni), ma costruire una comunità. Se la volontà di accogliere nuovi arrivati e forestieri era quello che ci voleva per rendere il mondo diverso da quello che avevano lasciato, che così fosse. Misero dunque radici in terra straniera e adottarono stranieri come loro parenti e si sposarono con altri migranti e fuggitivi, condivisero le loro divinità e i loro totem, e mescolarono le loro storie. «Noi» era la collettività che avevano costruito a partire dalle fondamenta, non una che avevano ereditato, non una imposta da altri. E i sogni di ciò che poteva essere possibile erano racchiusi nei nomi di queste città e villaggi fondati dai fuggitivi: finalmente al sicuro, ci siamo messi insieme, qui dove nessuno può più raggiungerci, il villaggio degli uomini liberi, qui parliamo di pace, un luogo di abbondanza, un rifugio.»

Perdi la madre è un libro emblematico per la diaspora nera e per il senso di memoria e identità che vuole suscitare nel lettore: perdere una madre come la madre terra africana perché la sua identità è stata più volte rapita, o dimenticata, ci rende più deboli di fronte alle sfide identitarie del futuro in cui il lascito della schiavitù e del colonialismo è imperante. Le conseguenze sono evidenti negli episodi di razzismo che si verificano quotidianamente nel presente e nella grande riviviscenza del movimento globale dell’identità nera (Black Lives Matter) che dà nuova speranza, identità e memoria ad un passato che non può essere dimenticato.✎

*Un barracoon, dallo spagnolo barracón e dal catalano barraca (rifugio, capanna), era una struttura per il confinamento temporaneo dei prigionieri africani in attesa di essere imbarcati verso l’Europa o le Americhe. Posizionate lungo la costa atlantica, queste celle di custodia potevano consistere in semplici recinti palizzati, grandi capannoni o edifici fortificati di più grandi dimensioni. Esse assicuravano ai mercanti che i futuri schiavi fossero sorvegliati, nutriti e tenuti in vita fino a quando il carico di una nave non fosse completo. I prigionieri potevano restare all’interno di un barracoon in attesa di essere imbarcati anche per diversi mesi. (Glossario, Perdi la madre).

**Con l’espressione middle passage, passaggio di mezzo, si indica la rotta percorsa dalle navi schiaviste che trasportavano gli schiavi dalla costa occidentale dell’Africa verso le Americhe.

Ringraziamo di cuore la casa editrice Tamu per il dono di Perdi la madre! Seguiteci anche sul profilo Instagram @theafrologist per ascoltare la lettura dell’Incipit dell’opera!

Incipit

rotta atlantica schiavi, Afrologist

«Appena scesa dal bus a Elmina, lo sentii. Risuonò nell’aria tagliente e chiaro, e mi sferragliò nelle orecchie facendomi ritrarre. Obruni. Straniera. Una forestiera d’oltreoceano. Era stato un gruppetto di tre bambini alla stazione degli autobus a gridarlo, ridacchiando mentre quella parola usciva dalle loro bocche, divertiti dall’aver avvistato una qualche extraterrestre precipitata sulla terra in Ghana. Il loro chiamarmi, «obruni, obruni», suonava come una forma di akwaaba (benvenuto) riservata solo a me. Mentre le parole si facevano strada tra la folla per raggiungermi, immaginai me stessa ai loro occhi: un’aliena avviluppata nella pelle di un impermeabile blu, un testone che sbuca dalla sua navicella blu scuro.»

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