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Imbarazzismi ✏ Kossi Komla-Ebri

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  • Imbarazzismi, Afrologist

Imbarazzismi. Esercizi di razzismo quotidiano, Kossi Komla-Ebri, Edizioni Q, 2021.

«Ogni nero che vive in Italia ha un proprio repertorio di “imbarazzismi”. Questo fortunato neologismo, ideato da Kossi Komla-Ebri, sta a indicare situazioni che non rientrano nei casi di discriminazione violenta, crudele o quantomeno intenzionale, ma si tratta di episodi di razzismo di piccolo calibro, che avvengono senza che il loro aitore se ne sia reso veramente conto.»

(Dalla Prefazione, di C. Kyenge)

Un cappello nero a tesa larga e un paio di occhiali da vista. Sotto due occhi sorridenti, di quelli che sanno perché hanno visto, hanno maturato esperienze.

Italo-togolese, Komla-Ebri è arrivato in Italia nel 1974 per studiare medicina. Non è stato un viaggio diretto dal Togo a Bologna, né un viaggio comodo. Secondo di dodici figli, Kossi era un ragazzo desideroso di studiare e di avere una vita diversa da quella in un certo qual modo già segnata dal destino per lui. Il primo passo l’ha visto giungere in Francia, Paese linguisticamente affine, sogno comune di tanti giovani di allora e di oggi nell’Africa francofona. La vita in Europa, però, non era proprio come la immaginavano al villaggio! Kossi si è ritrovato a dover lavorare e a sospendere gli studi, si è confrontato con solitudine e difficoltà.

I suoi progetti di migliorare le proprie condizioni sembravano oramai carta straccia quando un incontro in metropolitana ha riacceso in lui la speranza. Ebbene, un vescovo connazionale si è rammaricato per il suo forzoso abbandono degli studi e gli ha offerto una possibilità di borsa di studio per Medicina a Bologna. “In Italia?!”, sussultò incredulo. Quanti pregiudizi circolavano sull’Italia: Paese di mafiosi, il più arretrato Paese d’Europa! Come fare, poi, con la lingua?

Kossi è partito ed è rimasto in Italia, onorando gli studi e raggiungendo i suoi obiettivi. Si è sposato con un’italiana e ha lavorato come medico chirurgo in Lombardia, mai tralasciando però il suo talento per la comunicazione e la letteratura, che l’hanno condotto alla pubblicazione di racconti, romanzi e saggi, e alla fondazione della rivista online di letteratura della migrazione “El Ghibli”.

L’arte dell’incontro con la diversità

L’autore è stato capace di portarci con sé nei ricordi d’infanzia togolese e poi sui Pirenei, a Parigi, Bologna. Ci ha fatto viaggiare per il deserto nei secoli passati segnati dal commercio di schiavi subsahariani, in Paesi europei ed extraeuropei, negli scomparti di un treno della Trenord, in scuole e reparti d’ospedale raccontando di esperienze familiari o accadute a cari amici, e di incontri, perché la vita, come Ungaretti scrisse, è l’arte dell’incontro, non dimentichiamolo.

Nelle parole di Kossi, ospite di Time for Africa alla Libreria Friuli di Udine, abbiamo percepito l’incontro con la diversità, latamente intesa come esistenza di elementi differenti fra persone, dalla lingua alla pelle, dalle abitudini comportamentali al cibo, dai valori alle fedi. Di questa diversità tutti facciamo esperienza quotidiana attiva o passiva, talvolta rendendoci protagonisti di razzismi inconsapevoli. Gli aneddoti raccontati hanno strappato sorrisi, provocato sgranamenti d’occhi, smosso i sentimenti di chi era in ascolto.

La recente riedizione del suo libro Imbarazzismi quotidiani (Edizioni Q, 2021), arricchita dalla traduzione in arabo di Yusuf Waqqash, testimonia che gli episodi fotografati con tratto leggero ma non per questo meno ficcante molti anni fa, restano un inciampo ancora ai nostri giorni. Il razzismo non è solo slogan offensivi o rifiuto esplicito dell’altro, dello straniero.

Il razzismo è nei gesti e nelle parole di una signora sull’autobus che prende le distanze da un passeggero nero e lo giudica senza conoscerne la storia; razzismo è dire a una ragazza figlia di coppia mista dal carnato chiaro che è fortunata a non avere la pelle scura; razzismo o imbarazzismo – parola coniata da Kossi-Ebri – è parlare con uno straniero usando l’infinito e non coniugando i verbi come faremmo abitualmente; imbarazzismo è credere a priori che il nero o la nera che abbiamo dinanzi non possa essere l’ingegnere, l’impiegato, l’infermiere o il medico che stavamo cercando.

Nell’aneddoto 43 leggiamo:

«Quando portammo per la prima volta i nostri figli in Africa a conoscere i nonni paterni, venivano rincorsi e additati con grida festose dagli altri bambini: “Yovo (bianchi)! Yovo! Yovo!”
I miei pazientarono per i primi giorni ma, siccome la scena si ripeteva di continuo, dovetti spiegare il significato del termine.
Mia figlia, arrivata a casa, esasperata mi chiese:
“Papà, perché in Italia mi chiamano negra e qui in Togo mi dicono Yovo?”»

L’aneddoto si intitola Ogni mondo è paese e ci spinge ad almeno due riflessioni. La prima è che la diversità è negli occhi di chi guarda ed è un concetto statistico. In Togo sono in maggioranza neri e salta all’occhio il bianco, viceversa qui in Italia l’occhio cade sul nero, presenza minoritaria. La seconda osservazione è che l’essere umano è tale ad ogni latitudine, e dunque può provare razzismo o evidenziare differenze un bianco italiano al pari di un nero togolese. La terza è che sguardi insistiti e parole ripetute alla lunga feriscono e turbano, ed è qui che l’essere umano deve imparare a fare esercizio dell’altro improntato al rispetto.

Rispetto per l’altro e per le proprie origini, identità, dignità, amore, coraggio, amore per la lettura, curiosità, sprone a scrivere e condividere quel che si scrive. Un’iniezione di realtà, un messaggio di fiducia nella vita e nei giovani, un seme di speranza per un futuro senza imbarazzismi.✎

Incipit

Imbarazzismi, Afrologist

1.

Bel negro, vuoi guadagnarti 500 lire?

«Un giorno ero uscito dal supermercato con mia moglie, italiana; avevamo fatto tanta spesa da riempire due carrelli. Dopo aver caricato il tutto nel portabagagli, mia moglie spinse i due carrelli verso di me per recuperare le monete. M’incamminavo con i miei carrelli, quando sentii alle spalle un “Ssst!”, accompagnato da uno schioccare di dita […]»

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