In principio, il canto

I ragazzi di Anansi ✏ Neil Gaiman

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

Tempo di lettura: 5 minuti

  • Anansi, Afrologist

I ragazzi di Anansi, Neil Gaiman, Mondadori, 2018, traduzione dall’inglese di Katia Bagnoli.

C‘era una volta, un ragno. Ma non era un ragno qualunque. Anzi, per l’esattezza si trattava di un ragno che era anche un dio e, per giunta, molto spiritoso e dispettoso. E amava possedere le storie.

I ragazzi di Anansi (Anansi Boys, 2005) di Neil Gaiman, come tutti i libri, racconta una storia. Anzi, sarebbe più corretto affermare che canta una storia. Quella di Charles-detto-“Ciccio-Charlie” Nancy, figlio nientemeno che di Mr. Nancy a.k.a. Compè Anansi, divinità ragno appartenente alle credenze mitologiche di popoli dell’Africa occidentale.

Ciccio Charlie è un ragazzo -venuto al mondo in Florida e trapiantato a Londra- goffo, grassottello e con una spiccata propensione per il sentirsi in imbarazzo. Ma, dal momento che infiocchettare un qualsivoglia pacchetto di complessità con un grazioso nastro di aggettivi non può che risultare un’operazione spicciola e inconcludente, va detto che Ciccio Charlie è molto più di questo.

Un giorno, come miccia incendiaria di un monomio (perturbativo × catastrofico)2, puf!, irrompe in scena suo fratello Ragno, di cui ignorava l’esistenza. Disinvolto, seduttivo, geneticamente dotato di deità e capace di sfoderare a comando un sorriso «affascinante, impudente e maliziosamente spensierato»: per intenderci, il genere di playboy che beve il caffè «nero come la notte, dolce come il peccato». E che l’intreccio narrativo abbia inizio.

I muri portanti di questo grattacielo letterario sono Rosie, fidanzata di Ciccio Charlie e anima devota ad accudire l’Altro; la signora Noah, madre di Rosie e donna dal cuore rugoso ma incline al gongolare interno; Daisy, detective tenace e integerrima la cui canzone recita «malvagi attenzione!»; e, dulcis in fundo, Grahame Coats, capo di Ciccio Charlie all’Agenzia Grahame Coats e più donnola che uomo.

L’arredamento interno è invece composto da mele di cera addentate, rituali di stregoneria, funerali sbagliati, menti sollevati in modo irresistibilmente provocatorio, lime che paiono minuscoli «Buddha verdi», stormi di fenicotteri killer in picchiata e vecchi dèi rancorosi.

Piroettato fra tutti i suoi innumerevoli corridoi, con attimi di afflizione, perdizione e incredulità, Ciccio Charlie si trova ad errare in luoghi simbolici senza tempo, dove il lato B della realtà sembra inzuppato in una «fantasmagoria technicolor» e dove gli avvenimenti più improbabili sgocciolano un’essenza acquea che è puro Gaiman.

«Percorrendo il sentiero lungo l’estremità delle montagne all’inizio del mondo (sono le montagne alla fine del mondo solo se si viene dall’altra parte) la realtà sembrava strana e innaturale. Queste montagne e le loro caverne sono fatte del materiale delle storie più antiche (succedeva molto prima degli esseri umani, naturalmente, chi vi ha fatto pensare che i primi a raccontare le storie siano stati gli uomini?) e lasciando il sentiero per entrare nella caverna, Ciccio Charlie si sentì come se stesse entrando nella realtà di qualcun altro. Era una caverna profonda con il pavimento imbiancato, completamente coperto di guano. C’erano anche piume, sul pavimento, e qui e là, come un piumino rinsecchito, il cadavere appiattito di un uccello. In fondo alla caverna nient’altro che tenebra.»

Leggendo le pagine di questo romanzo, il lettore viene colto talvolta da un contagioso senso di vertigine, in altre la vista gli si appanna di un’ingenua miopia e in altre ancora inala un’atmosfera satura di amnesia (mai, mai il pulviscolo della storia diventa rarefatto) e di doppiezza sovraesposta.

«Ciccio Charlie vedeva una cosa con i suoi occhi e un’altra con la mente e nel baratro tra le due c’era in agguato la follia.»

Perdonerete chi scrive per non srotolare più di così la trama di quest’opera. Lasciarsi avvolgere e sorprendere dalle sue peripezie e dai suoi odori è un’esperienza immersiva solo se vissuta full frame e sarebbe peccaminoso incrinare la fragile materia di cui è fatta. Piuttosto, attraversando i diorami di questa materia, lasciamo risuonare canzoni le cui frequenze di oscillazione danzano in bilico fra mondi che sono sogno e, allo stesso tempo, il tessuto connettivo dell’universo. E come avrete già capito, questo tessuto è fatto di una luminescente ragnatela.

Infine, come accade per tutte le storie, lasciamo che l’ouverture di questa la interpreti Anansi mentre sfoggia il suo elegante cappello di feltro verde, e balliamo.

Nota sull’autore: Neil Richard MacKinnon Gaiman, classe 1960, è uno scrittore britannico poliedrico e pluripremiato che di certo non ha bisogno di cornici presentative. Segnaliamo con piacere che, dopo American Gods, anche Anansi Boys debutterà presto sullo schermo con una miniserie prodotta dagli Amazon Studios. Lo stesso Gaiman è coinvolto nella sua scrittura.

Incipit

Anansi, Afrologist

«Comincia, come quasi tutto, con una canzone.
Al principio era il verbo, erano parole accompagnate da una melodia. È così che venne fatto il mondo, che il vuoto fu diviso, che le terre e le stelle e i sogni e gli dèi minori e gli animali… che ogni cosa venne al mondo.
Con il canto.
I grandi rettili furono cantati dopo che il cantore aveva finito con i pianeti, le colline, gli alberi, gli oceani e gli animali più piccoli. Furono cantate le scogliere che legano l’esistenza, i terreni di caccia, e l’oscurità.
Le canzoni rimangono. Durano. La canzone giusta può trasformare un imperatore nello zimbello del paese, può far cadere dinastie. Una canzone dura ben oltre il momento in cui i fatti e le persone di cui parla sono diventati polvere e sogno. È questo il potere delle canzoni.»

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