Kintu, la saga di una genealogia maledetta attraverso tre secoli

Kintu ✏ Jennifer Nansubuga Makumbi

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  • Kintu, Afrologist

Kintu, Jennifer Nansubuga Makumbi, 66thand2nd, 2019, traduzione dall’inglese di Emilia Benghi.

Attrezzata solo di scenari storici medievali alla King Arthur con intrighi di palazzo, lotte di potere e guerre di conquista, mi sono addentrata curiosa nella lettura del romanzo storico Kintu, opera d’esordio della scrittrice ugandese Jennifer Nansubuga Makumbi, ed edito in Italia da 66thand2nd nella collana Bazar.

Kintu Kidda è all’origine di una genealogia che si snoda dal 1750 ai giorni nostri, dal Regno del Buganda all’Uganda odierno. Lo conosciamo in vita, quando da governatore della provincia di Buddu, si incammina a portare i propri ossequi a “sua follia reale” Kyabaggu, il kabaka. Rimane poi tra le pagine, impregna la storia e il destino del suo popolo, i ganda, di cui diventa protettore e segna inesorabilmente la sorte delle vite dei suoi diretti discendenti.

«Kintu scosse il capo. Nnabulya gli ricordava sua moglie Babirye. Se solo i reali fossero andati oltre la bellezza quando sceglievano le loro donne, forse il trono sarebbe stato più sicuro. Ma del resto i reali non erano famosi per le loro capacità intellettive. Kintu non vedeva fine alla carneficina. Malgrado tutto, era impaziente di arrivare a Lubya e presentarsi al cospetto di sua follia reale Kyabaggu.»

Lungo il cammino, è accompagnato dai suoi uomini e da Kalema, figlio adottivo di origini altre, tutsi, e cresciuto come un gemello del figlio Baale. Per volere del segreto padre biologico, Ntwire, Kalema si stava recando alla corte del kabaka insieme a Kintu per trovare lavoro. Un infausto incidente, però, non gli farà mai raggiungere il palazzo. È proprio da questa vita interrotta per errore che tutto si frantuma. Nonostante la vita continui, la stirpe di Kintu è maledetta e tutte le generazioni presenti e a venire sono condannate a rivivere lo stesso dolore, la violenza e la perdita con modalità ogni volta nuove e terribili, sciorinando quasi un catalogo delle brutture, delle deformità dell’animo umano.

La morte è sempre in agguato. Per chi rimane tra i vivi, l’esistenza non è lieta, tutt’altro. La scrittura di questo romanzo ha la forza di stritolare le viscere di chi legge, tenendo incollati ad ogni pagina nonostante l’orrore dei “quando muori?” indirizzati alla piccola Suubi, il linciaggio pubblico di Kamu, o la vedovanza di Isaac a causa dell’AIDS. Twist inattesi movimentano la storia inserendo elementi davvero molto disparati, da personaggi nell’esercito a predicatori della parola del Dio cristiano in cerca di anime da salvare sugli autobus, a famiglie dall’origine “discutibile”.

Filo rosso della maledizione attraverso i secoli sono i gemelli, creature legate per antonomasia ed intrise di simbolismo in molte culture del mondo. Lascio al lettore scoprire la mitologia specifica in questa storia.

Ho trovato davvero notevoli i brevi capitoli scritti dal punto di vista degli infanti Isaac Newton e Misirayimu (Miisi), intermezzi con immagini dolci e molto originali. Pezzi di normalità in vite solo apparentemente ordinarie.

«Isaac aprì gli occhi e sorrise. Guardò in basso, in cerca di qualcosa da fare. Vide due gambette magre che partivano da sotto il ventre e si allungavano davanti a lui. Terminavano in due piedi, stranamente infantili. Isaac le guardò come se le vedesse per la prima volta. Si sporse in avanti a toccare le ginocchia. Le spesse callosità dovute al gattonare attutirono il contatto e le sentì remote.»

Azzeccatissimo anche il sottofondo di interesse antropologico dell’assimilazione della diversità nel Buganda, con i suoi chiaroscuri. Se da un lato lo straniero, come il tutsi Kalema, trova accoglienza all’interno del regno, d’altro canto, deve rinunciare alle proprie origini altre in nome della pace e dell’unità. Prezzo che il padre Ntwire non era disposto a pagare, almeno non per sé stesso.

Inserendo la tematica della diversità nello sfondo storico dell’Africa precoloniale, l’autrice ci ricorda la sua valenza universale nel tempo e nello spazio. La convivenza tra popoli, tra culture, e il loro mescolamento secondo regole ogni volta diverse definite nel tempo assimilazione, integrazione, multiculturalismo, inclusione ed altro ancora, è vecchia quanto l’umanità. Non appartiene solo al presente né tantomeno riguarda in via esclusiva i tentativi, spesso maldestri, del mondo occidentale.

«Il rifiuto di Ntwire di assumere un nome Ganda e di comportarsi da Ganda avrebbe reso Kalema per sempre uno straniero. Se una donna si fosse trovata nella situazione di Ntwire, sarebbe stata assorbita nella tribù assieme al figlio nel momento in cui un uomo l’avesse presa come compagna. Kalema avrebbe sposato una ragazza Ganda: Kintu avrebbe dato ai figli non solo i nomi, ma l’appartenenza al suo clan. Però Ntwire, il vero padre, era spavaldamente Tutsi e finché fosse vissuto, Kalema sarebbe stato Tutsi, a prescindere dal matrimonio e dal nome che portava.»

Kintu restituisce un’immagine della storia del Buganda tutt’altro che “primitiva”, anche a beneficio del lettore occidentale. Un passato del continente precedente alla colonizzazione, dimenticato dai libri di storia utilizzati nella scuola italiana, ma non per questo mai esistito. Volumi come il recentissimo L’Africa antica, a cura di Francois-Xavier Fauvelle ed edito da Einaudi (2020), esplorano proprio questo passato precoloniale, slegandosi definitivamente da uno studio puramente antropologico o focalizzato solo sulla tratta atlantica.

Leggendo l’articolo di Boluwatife Akinro e Joshua Segun-Lean, Il cuore di tenebra di Beyoncé, uscito su Africa Is a Country e tradotto in italiano sul numero 1367 di Internazionale (17 luglio 2020), è possibile notare come l’esaltazione di questo passato precoloniale sia una delle strategie adottate da arte, narrativa, musica e cinema contemporanei per riscattare il valore umano dell'”Africa” e dei suoi abitanti. Valore che, come già notava Chinua Achebe in relazione al “fascino” di questo passato afrocentrico esercitato sugli afroamericani, dovrebbe invece essere riconosciuto di per sé, senza bisogno di dimostrazioni storiche di ogni sorta.

«Il loro fascino nasce da un essenzialismo particolarmente afrocentrico, che sfrutta e accentua alcuni elementi dell’Africa precoloniale per opporsi tatticamente alla narrazione occidentale della nerezza come primitiva e incompiuta. Ma è una tendenza rischiosa, come aveva capito Chinua Achebe: “Non vedo perché sia necessario che un popolo dimostri a un altro popolo di aver costruito delle cattedrali o delle piramidi per avere il diritto alla pace e alla sicurezza. Di conseguenza, non credo che i neri dovrebbero inventarsi un grandioso passato per giustificare, oggi, la loro esistenza e dignità umane”.»

Jennifer Nansubuga Makumbi ha aperto per me le porte di un genere. Con Kintu, ha vinto il Kwani? Manuscript Project nel 2013. Successivamente, ha scritto i racconti brevi Manchester Happened e Let’s Tell This Story Properly, vincendo con quest’ultimo il Commonwealth Short Story Prize nel 2014. Nel 2018, insieme ad altri sette scrittori, ha vinto il Windham-Campbell Prize for Fiction e l’anno successivo ha partecipato all’antologia internazionale New Daughters of Africa, curata da Margaret Busby con i contributi di duecento scrittrici con origini africane.

Se non avete ancora letto Kintu, leggetelo, ne rimarrete stregati, letteralmente.✎

Incipit

Kintu, Afrologist

«Bussarono alla porta. La donna di Kamu si svegliò e lo scavalcò per andare a vedere chi era. Raccolse da terra un kanga, se lo avvolse attorno al corpo nudo e si avviò verso la porta risucchiando saliva tra i denti, tz-tz, con tutta la stizza della brava moglie disturbata nell’intimità domestica a quell’ora del mattino.»

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Kintu, Afrologist© Afrologist
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