Morsi della fame, pecore nere e un’incrollabile fede

La Trinità bantu ✏ Max Lobe

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  • La Trinità bantu

La Trinità bantu, Max Lobe, 66thand2nd, 2017, traduzione dal francese di Sándor Marazza.

Primo romanzo tradotto in italiano di Max Lobe, camerunense che risiede da tempo in Svizzera, La Trinità bantu è in realtà il secondo romanzo dell’autore con il quale è arrivato finalista del Prix des cinq continents de la Francophonie nel 2015. Il primo romanzo, 39 rue de Berne, dovrebbe uscire in Italia pubblicato dalla stessa casa editrice 66thand2nd.

Come il suo creatore, Mwána Matatizo è un giovane immigrato in Svizzera e proviene da Paese non ben definito, il Bantuland. Dopo aver conseguito gli studi universitari e aver trovato l’amore, si ritrova ad affrontare tre tipi di cancro, citando lo stesso Lobe in un’intervista per ilLibraio: la disoccupazione, la malattia e l’estremismo di destra.

La disoccupazione. Il licenziamento dalla Nkamba African Beauty come addetto commerciale ambulante di prodotti di bellezza (rigorosamente in nero) è la prima cosa che scopriamo. Il master duramente sudato in terra elvetica non sembra essere abbastanza, anche in un Paese con il tasso di disoccupazione al di sotto del 3%, ai minimi storici. Mwána inizia la sua epopea di visite a vuoto al centro per l’impiego, colloqui di lavoro e lettere di rifiuto: non che il suo curriculum non sia valido, solo pare ci sia sempre qualcuno migliore di lui. Le parole che dedica a questo tema tratteggiano in modo limpido l’altalena emotiva tra frustrazione e speranza che chiunque si sia trovato nella stessa situazione può ricordare, con tanto di stretta allo stomaco a fungere da madeleine proustiana.

«Dopo tutti quegli anni di studi e specializzazione, continuo a non essere la persona giusta. C’è sempre chi è meglio di me. E deve essere proprio così. Almeno credo. Non sono certo i talenti a mancare. Devono essercene di migliori di me. Se me lo dicono, deve essere vero. Soprattutto perchè me lo dicono con una voce calma, calmissima, compassionevole. Conforta. Infonde un po’ di speranza. Le persone che incontro o che sento al telefono mi sembrano così gentili, così empatiche, così toccanti e anche così taglienti. Le loro voci feriscono e al contempo cicatrizzano. Perforano e tappano. Straziano e calmano. Offendono e lusingano. Ho il profilo ideale, non ci piove, ma non quello giusto. O comunque non questa volta. E ancor meno la prossima. Bisognerà riprovare ancora. Restare fiduciosi.»

Si susseguono un’infinità di descrizioni dei morsi della fame e della felicità per le occasioni in cui Mwána e suo marito Ruedi non sono costretti a mangiare il cibo del pacco da giù, dal Bantuland, o del banco alimentare. Nonostante tutti gli sforzi del protagonista nel trovarsi un lavoro e raccimolare le monetine sparse per la casa, il compagno studente, elvetico “purosangue”, si rifiuta categoricamente di chiedere aiuto ai propri genitori e non si cura più di tanto di trovarsi un lavoretto.

Motivo di attrito a parte, troviamo disseminati in tutto il romanzo in ordine sparso gli indizi che tengono uniti i due e che rendono il volpone rosso – con le lentiggini sul naso e sugli zigomi, e gli occhi verde smeraldo – un compagno solidale, premuroso e sorridente. Il tema dell’omosessualità, e qui anche della coppia aperta quando scopriamo che la coppia è in realtà una “troppia” (un trio), è particolarmente caro all’autore. Lobe riesce a mostrare la quotidianità, a “normalizzare” la visione di una relazione gay, raccontandone qua e là le diverse tappe: il primo incontro tra i due, la scoperta reciproca, la convivenza, il matrimonio civile e le reazioni dei diversi familiari bantu alla sua omosessualità. È importante ricordare che essere omosessuale è infatti ancora illegale in molti Stati dell’Africa sub-Sahariana, tra i quali il Camerun, Paese natale di Lobe.

«Un Pacchetto del cuore. I destinatari, non appena ricevevano il loro sacco della salvezza, se ne andavano via in tutta fretta. Forse per la vergogna, commenta Ruedi. Forse perchè avevano fame, rettifico io. Ruedi acconsente con un gesto del capo. Ma c’è bisogno di vergognarsi di avere fame?, commenta. Sono ancora seduto sul gabinetto. Ruedi ride. Si lamenta dell’odore che comincia a invadere la casa. Gli dico che quando si ama, si ama tutto. Quella è tortura, esclama. Si alza dal suo sgabello e va ad aprire le finestre del soggiorno. Prende in mano un foglio e lo sventola a mo’ di ventaglio. Un’altra risata a crepapelle.»

L’estremismo di destra. Dopo una lunga ricerca, riesce a trovare un tirocinio pagato presso una piccola ONG che si occupa di contrasto al razzismo e di diritti civili. Non che Mwána sia un appassionato attivista come la direttrice Bauer, instancabile donna di mezza età che cerca di scollarsi di dosso le sue origini borghesi dedicando la vita in prima linea a dare voce agli emarginati con il ritornello “è scandaloso!”. Anzi, come ben lascia intendere l’autore, l’essere nero non rende automaticamente attivisti, ma tant’è, ora riescono a sbarcare il lunario. Essere neri non rende nemmeno automaticamente orgogliosi delle proprie origini, come esemplifica invece il signor Nkamba, ex-datore di lavoro di Mwána naturalizzato elvetico e che per rivendicare ancora di più il suo nuovo essere “purosangue” svizzero, diventa a sua volta razzista nei confronti degli immigrati.

Al centro dell’attenzione e del suo stage viene rievocata una campagna razzista del partito SVP del 2007 in cui delle pecore bianche che pascolano su un prato rosso a croce bianca cacciano a calci una pecora nera legittimate dallo slogan: “creare sicurezza”. «Ed è quella pecora lì che dà il ritmo alle mie giornate. Avrò dedicato tre mesi di stage a combattere contro una pecora nera». Il razzismo ha però sempre una doppia faccia e lui stesso la riconosce quando realizza di vivere con uno svizzero che ritiene che siano proprio i frontalieri, i savoiardi francesi, a rubargli il lavoro.

«Lei [la signora Bauer] se ne sta nel suo mondo e io nel mio. Lei si batte fieramente contro storie di pecore nere. Io invece vivo una vita da pecora nera.»

Manifesto della campagna razzista del SVP svizzero del 2007.

pecore nere

La malattia della madre. Le pagine più toccanti del libro sono quelle dedicate alla madre Monga Míngá che, colpita da un cancro alla gola, riescono a far arrivare a Lugano per ricevere migliori cure mediche. Tra proverbi e modi di dire del Bantuland – come l’espressione che ho trovato bellissima “lasciar [qualcosa] lì per terra” per dire di lasciar perdere – si snoda la relazione madre-figlio fatta di incoraggiamento, sostegno e fiducia. Dopo un’esistenza segnata dal dolore di dover condividere il proprio sposo con la migliore amica prima, di perdere il marito dopo e infine di dover scappare da casa per sfuggire alle accuse dei familiari, Monga Míngá si ammala di una malattia che credeva colpisse solo i ricchi bianchi.

«Tossisce forte. Soffoca. Catarro. Un fiume di catarro nella piccola bacinella usa e getta. Sputi sanguinolenti. Nausea. Certamente anche un pizzico di vergogna. Il battito del cuore. Vertigini. Malessere. La gola. Il male. Il mal di gola. Tutto quello schifo che ti richiama all’ordine. Qui, c’è poco da ridere. Qui, non c’è niente da ridere. Qui, c’è il male. Qui, c’è la malattia. Qui, si è tristi.»

Il protagonista è preso dalla disperazione, piange e semina sconforto sul suo tragitto in treno avanti e indietro da Lugano. Vien voglia, sinceramente, di piangere e disperarsi con lui. Si percepisce che la nitidezza delle sensazioni deriva da un’esperienza che l’autore ha vissuto sulla sua pelle e questo la rende ancora più commovente. Ma, nonostante la sofferenza fisica, la fede della madre non vacilla, perchè la Trinità bantu fa miracoli e non abbandona chi crede fermamente in lei. Perchè una povera bantu si sia ammalata di una malattia da ricchi? Certe domande, forse, vanno semplicemente “lasciate lì per terra”.✎

Per ascoltare direttamente la voce dell’autore, consiglio questo dialogo letterario tra Daniel Bilenko & Max Lobe alla Chiasso/Letteraria 2018, in integrale:

Incipit

«Sono quasi trenta minuti che sto qui, su una grande collina sopra Lugano ad aspettare con ansia un autobus che non arriva. Il sole è al suo punto più alto e batte forte sul mio cranio pelato, il mio kongôlibôn. Accanto a me c’è una signora anziana. Indossa un elegante vestito color vaniglia. Lunghi capelli bianchi le sfiorano le spalle nude. Fa talmente caldo che il fondotinta le si squaglia intorno agli occhi, scoprendone le rughette. La signora parla senza sosta. Brontola. Impreca. Probabilmente si lamenta dei continui ritardi dei trasporti pubblici. E pensare che paghiamo sempre di più, mi sembra di capire. Parla in italiano. Le sorrido. Non so neanch’io perché. In realtà non ci capisco un granché di questa lingua. Al massimo qualche accenno di somiglianza qua e là. Ma come dice spesso mia sorella Kosambela, il francese e l’italiano sono un po’ come i bantu e gli elvezi: parenti lontani e forse perfino vicini. Ecco quindi che riesco ad afferrare almeno qualcosina di quello che l’anziana signora racconta.»

Le parole degli altri

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La Trinità bantu© Adele Manassero
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