La voce profetica di Dambudzo Marechera nella letteratura dello Zimbabwe

La casa della fame ✏ Dambudzo Marechera

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Novella

  • Dambudzo Marechera, Afrologist

La casa della fame, Dambudzo Marechera, Racconti Edizioni, 2019, traduzione dall’inglese di Eva Allione.

Con La casa della fame, Dambudzo Marechera sfida se stesso: la sua biografia costellata da violenze, miseria e disagio psicologico, e il suo talento narrativo allevato nell’attrazione-repulsione per la lingua inglese. Unica opera, per il momento, disponibile in lingua italiana nella preziosa traduzione di Eva Allione, La casa della fame sin dalla prima pubblicazione nel 1978 è stata salutata dalla critica come stilisticamente folgorante e politicamente “profetica” (Quartz).

Lo spazio geo-storico di questo lungo racconto è la Rhodesia meridionale di Ian Smith. Il dominio della minoranza bianca sulla maggioranza nera della popolazione e la ferocia dell’Apartheid non si sono tuffati nell’oblio della storia all’alba dell’indipendenza del Paese che ha cambiato nome in Zimbabwe, provando a cambiar pelle, nell’aprile di quarant’anni fa.

Proprio quest’estate, lo Zimbabwe di Emmerson Mangawa è balzato agli onori della cronaca internazionale per l’ondata di proteste scoppiate nel Paese. L’insofferenza per le modalità con cui è stata gestita la pandemia di COVID-19 e l’aggravamento di un quadro economico reso evidente dall’acuirsi della crisi alimentare si sono saldate ad un sentimento di insoddisfazione che affonda le sue radici nello scollamento tra la società civile e le strutture di potere, eredità del regime di Robert Mugabe.

L’arresto della regista e scrittrice Tsitsi Dangarembga (La nuova me, Gorée, 2007), inserita pochi giorni fa nella shortlist del Booker Prize per il romanzo This Mournable Body (Faber and Faber, 2020), e accusata a luglio di fomentare le rivolte in combutta con potenze straniere, ci consente di riflettere su uno stralcio dell’intervista che Marechera rivolge a se stesso. Tale intervista occupa le pagine finali di questo racconto fulmineo le cui parole sono punture di spillo, ricami sul dolore.

«Penso che ci debba sempre essere una tensione sana tra uno scrittore e la sua nazione. Scrivere può diventare in men che non si dica propaganda da quattro soldi […]. Quando era Smith a dettar legge, il nostro compito era opporci sempre e comunque in quanto scrittori – a maggior ragione dovremmo farlo oggi che abbiamo la maggioranza.»

Esisterebbe una sorta di consenso tacito che vorrebbe gli “scrittori africani” costantemente impegnati nel terreno della lotta politica come se questo impegno costituisse la condizione necessaria ed intrasgredibile per la pubblicazione sul mercato editoriale occidentale. Questa specie di primato della politica sullo stile, categoricamente rifiutato dagli autori, trasforma l’Africa in una sorta di mega postcolonia letteraria dove le descrizioni degli slum di Harare sono identiche a quelle delle periferie povere di Città del Capo.

Questa supremazia del politico si sgretola dinanzi allo stile rutilante di Marechera, al suo linguaggio a tratti lutulento eppure sempre degnamente letterario. Marechera parla di eroi neri, di “congreghe di missionari e strizzacervelli” bianchi pronti a inondare “l’Africa” di progetti. Ciò che scrive ha una matrice autobiografica, ma è anche il frutto di un arrangiamento cine-letterario degli spezzoni di vita degli “umiliati e offesi” che trascinano le loro esistenze nei ghetti di Rusape.

Nella grande letteratura che gioca sull’equilibrio tra sostanza e forma, conta anche il come certe parole si rincorrono sulla carta, si azzoppano e affogano a vicenda – per riprendere un’espressione cara allo scrittore zimbabweano – nel periplo dei pensieri.

Marechera inchioda il lettore al ritmo della sua narrazione che si muove in un labirinto fatto di ricordi e aneddoti attorcigliati tra passato e presente. Di questa novella così profondamente enigmatica spesso si esaltano l’incipit, descritto come uno dei più immediati e iconici della letteratura mondiale, e il titolo così nudo, così schietto.

Ma in fondo cos’è questa “house of hunger” cui Marechera volge le spalle in una fuga antieroica? “La casa della fame” ha la medesima geografia dello Zimbabwe. “La casa della fame” è il ghetto in cui vive, la scuola che frequenta, l’abitazione della sua disfunzionale famiglia. È il mostro della violenza che colonizza gli spazi più intimi e le relazioni. È il ricatto della povertà che spinge a riconsiderare il valore dei soldi tirati su facendo il poliziotto al servizio dei bianchi, come Harry, l’amico di scuola di Marechera, o vendendo il proprio corpo come Nestar, cacciata da casa perché incinta di un uomo sposato. Del resto,

«non c’era possibilità di amare, mangiare, scrivere e dormire, odiare, nemmeno sognare: nessuna possibilità senza denaro.»

A proposito di Nestar, scrive:

«il dolore, il sangue e il senso di vuoto di quel parto l’avevano spinta a decidere di mettercela tutta per fare soldi. I soldi, mi disse, sono il potere.»

Questo venire a patti col razzismo, col classismo e la misoginia non è certo indolore. Fa germogliare il seme del disincanto e trucca nel DNA delle emozioni il gene della fiducia. Marechera tocca nervi già allora scoperti: la progressiva marginalizzazione, nello spazio urbano, dei ghetti che somigliano sempre più a distillerie rampicanti, e la prostituzione trasformata, malgrado il suo carico di violenze e stupri, in ascensore sociale.

In questo tableau vivant popolato da svariati personaggi messi in risalto dall’Io narrante di Marechera, Nestar merita particolare attenzione perché consente al nostro autore di illuminare la condizione delle donne nere:

«una ragazza nera viene bombardata ogni giorno da reti televisive secondo cui le nere non solo sono brutte ma nemmeno esistono a meno che non facciano il bucato, puliscano cessi, lustrino scale o sgobbino in uniforme da bambinaia.»

Le donne nere finiscono per essere stritolate dalle menzogne della TV, e dalle verità del razzismo e della violenza di genere, compresa quella coniugale perpetrata negli spazi angusti di case dai tetti di lamiera.

Sullo stile

La scrittura di Marechera ha il profilo di una costa frastagliata le cui insenature sono dimora di parole affilate, chicchi di quarzo lanciati sul volto di chi legge. Le scelte stilistiche e lessicali rispondono ad una precisa estetica che ricerca la battuta arguta e il riferimento letterario colto senza per questo disdegnare di fare i conti con la viscosità di un linguaggio in alcuni passaggi limaccioso, irriverente, sfrontato. È un linguaggio che non canzona la trivialità della vita né nasconde dietro auliche perifrasi le volgarità del mondo. Rifugge da ogni ingiunzione a essere igienizzato, sterilizzato. Un linguaggio pulito che non si concede qualche sconcezza linguistica risulterebbe artefatto, alieno alle esperienze mondane.

Lo stile di Marechera è senza dubbio geniale perché regala una prosa sgargiante, onirica e abbacinante. Le parole non sono assemblate in modo casuale come fa chi ha fretta di chiudere un periodare contorto. Sono parole “inferocite dalla disperazione”. Raccontano di pugni, calci, ceffoni presi e resi, di iniziazioni sessuali affatto romantiche. Graffiano come le “pietre della paura”, squarciano l’ipocrisia dei bianchi e degli “eroi neri” a caccia di màrtiri.✎

Incipit

Dambudzo Marechera, Afrologist

«Presi le mie cose e me ne andai. Stava sorgendo il sole. Non mi veniva in mente un posto dove andare. Mi incamminai verso il bar ma mi fermai al negozio di liquori a comprare una birra. C’era gente sparsa dappertutto nell’ampia veranda del negozio, a bere. Mi sedetti sotto il grande msasa dai rami che graffiano la lamiera ondulata dei tetti. Cercavo di non pensare a dove stavo andando. Non ero risentito. Ero contento che fosse andata com’era andata: non potevo restarci più in quella Casa della fame dove ti portavano via ogni boccone di sanità mentale come certi uccelli che strappano il cibo dalla bocca dei bambini.»

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