Le donne resistenti nella guerra italo-etiopica

Il Re Ombra ✏ Maaza Mengiste

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

Tempo di lettura: 9 minuti

  • Il Re Ombra, Afrologist

Il Re Ombra, Maaza Mengiste, Einaudi, 2021, traduzione dall’inglese di Anna Nadotti.

Ci sono letture che rimangono con noi solo per il tempo che dedichiamo loro; ci sono libri che abbiamo la tentazione di tenere in borsa per qualche giorno o settimana, anche dopo averli terminati; e poi ci sono storie che ci rimangono addosso, come un tatuaggio, e che finiamo per portarci dietro sempre, anche senza la loro presenza fisica. Il Re Ombra di Maaza Mengiste (Einaudi, 2021) appartiene a quest’ultima categoria per me. Ne ho trascinato la lettura per settimane, per fermarmi in tutti quei passaggi dolorosi, cruciali e visualizzare mentalmente le fotografie, le scene, le espressioni dei volti.

Quando, lo scorso anno, è stata annunciata la traduzione di The Shadow King (2019) a cura di Anna Nadotti per Einaudi, ero ancora in Etiopia, ad Addis Abeba. Nell’attesa, ho iniziato a fare programmi per visitare i luoghi della resistenza etiope alla colonizzazione italiana, nella speranza di capire qualcosa di più di questo capitolo della Storia.

La pandemia e la situazione nel Paese hanno purtroppo impedito tutto ciò e sono riuscita a visitare solamente il Museo Etnografico dell’Università di Addis Abeba, sito nel Palazzo Ras Makonnen dove, durante l’occupazione italiana, abitarono Badoglio prima e Rodolfo Graziani poi, in qualità di viceré d’Etiopia. Fu proprio in quegli stessi giardini – che ho percorso in una domenica assolata di febbraio, in compagnia di un amico e cicerone sociologo – che Graziani venne ferito in un attentato nel corso delle celebrazioni per la nascita del primogenito di Umberto II di Savoia. Era il 19 febbraio 1937, circa 83 anni prima della mia visita. All’attentato seguì la rappresaglia nota come “strage di Addis Abeba” che costò la vita a migliaia di civili etiopi.

  • Foto di gruppo di resistenti etiopi affissa all‘interno del Museo Etnografico dell’Università di Addis Abeba (foto di Adele Manassero)

    Il Re Ombra, Afrologist
  • Il Museo Etnografico dell’Università di Addis Abeba (foto di A.M.)

    Il Re Ombra, Afrologist
  • Nei giardini dell’Università di Addis Abeba (foto di A.M.)

    Il Re Ombra, Afrologist
  • Foto di gruppo di resistenti etiopi affissa all‘interno del Museo Etnografico dell’Università di Addis Abeba (foto di Adele Manassero)

    Il Re Ombra, Afrologist
  • Il Museo Etnografico dell’Università di Addis Abeba (foto di A.M.)

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  • Nei giardini dell’Università di Addis Abeba (foto di A.M.)

    Il Re Ombra, Afrologist

Ho iniziato quindi a conoscere di più non solo la Storia, ma anche l’autrice, leggendo e recensendo il suo primo romanzo, Lo sguardo del leone (Neri Pozza). La mia immersione nel passato etiopico è iniziata da lì, dal Terrore Rosso a metà degli anni ’70, ed è continuata a ritroso con Il Re Ombra. Ambientato tra il 1935 e il 1974, il romanzo compie infatti un salto indietro, ripercorrendo la storia intima di Hirut, giovane ragazza a servizio della elegante Aster e del nobile Kidane, dai primi mesi di lotta armata contro l’invasore fascista alla guida del negus, l’Imperatore Hailé Selassié, fino alla strenua resistenza partigiana in un Paese ormai sguarnito del suo re.

È il maggio 1936 infatti quando l’Imperatore abbandona il suo popolo dopo la disfatta di Mai Ceu in Tigray e il massacro sulle rive del lago Ascianghi, andando in esilio volontario con la propria famiglia nel Regno Unito. Sulle note dell’Aida di Giuseppe Verdi di un 78 giri inciso al Teatro alla Scala di Milano, l’Imperatore comprende l’invasore italiano che si immagina un Paese pieno di “Aide e re disperati” pronti alla resa, respinge l’idea e preannuncia al lettore la continuazione della lotta, la Resistenza, nonostante la sua di resa.

Quando il condottiero abbandona la battaglia, lo sconforto e la sfiducia possono però sopraffare anche l’animo dei combattenti più leali. La comparsa fra le alture del profilo dell’amato re garantirà invece unità e perseveranza. Il Re Ombra. Un’ombra che restituisce luce a tutti gli uomini e le donne combattenti.

«Aster contempla l’uomo davanti a lei. Infine, si decide a parlare: Ho fatto ciò che l’imperatrice Menen ha chiesto a me e a ogni altra donna del paese. Non dobbiamo fare qualcosa anche noi? O questo paese è soltanto vostro? Ho due fucili nuovi per te. La cuoca ha preparato medicamenti supplementari. Altre donne stanno portando asini e cesti. Non è di questo che avete bisogno?»

Le donne resistenti sono il vero fulcro della narrazione, ritrovate fra le fotografie, i giornali e la memoria familiare dell’autrice che, come racconta nel saggio Writing About the Forgotten Black Women of the Italo-Ethiopian War pubblicato su LitHub (2019), scoprì in corso d’opera il passato di combattente di sua nonna. Donne che sono le figure primarie di cura nelle guerre di tutti i tempi, ma che in innumerevoli battaglie furono anche soldati, dimenticate dalla storiografia ufficiale.

La Mengiste scardina il mito della donna esclusivamente oggetto disputato o vittima, il mito della Elena di Troia, creando una narrazione epica nella quale le “sorelle di Elena”, Aster, Hirut, la cuoca e molte altre, si ritrovano in campo aperto con un fucile in spalla a fianco di tutti gli Achille etiopi dalla veste bianca e i piedi scalzi. Tutte le Hirut con il loro prezioso Wujigra. Donne che devono convincere loro stesse, oltre agli uomini, di poter ricoprire questo ruolo e soprattutto:

«Donne [che] entrano in un conflitto, politico o personale, ben consapevoli dei corpi nei quali esistono. Riconosciamo le nostre forze anche quando ci vengono ricordati i modi per renderci vulnerabili. Sappiamo che l’altro campo di battaglia su cui è combattuto un altro tipo di guerra è quello confinato nella nostra stessa pelle. Nessuna uniforme o alleanza può eliminare completamente la minaccia di aggressione sessuale e sfruttamento che ci vuole rendere sia trofeo che territorio conteso.»

Ricalcando la storie di tutte le donne in guerra nel corso della Storia umana, Hirut diventa perciò donna e nazione contesa, campo di battaglia sul quale «idee distorte di mascolinità furono create». Senza negare la realtà delle dinamiche di potere esercitate sul corpo delle donne, la Mengiste costruisce la prospettiva femminile attraverso le diverse storie dei personaggi, la genesi della loro rabbia, la voglia di riscatto e la lealtà alla patria, restituendo loro la voce inascoltata, silenziata più che silente, alla memoria storica.

«Non c’è via d’uscita se non attraverso. Non c’è via d’uscita se non da sola. E la sposa, un tempo soldato, torna alla scala, sale i gradini, entra nella stanza nuziale, si stende sul letto e apre le gambe dicendo a se stessa che saprà cosa fare, e non c’è nulla da fare, e cancella se stessa finché su quel letto macchiato di sangue non resta che una ragazza che forgia se stessa in una materia che è pura rabbia.»

L’aspetto più originale di quest’opera di Maaza Mengiste è forse quello visuale: il romanzo nasce da una fotografia di ragazza che l’autrice ha collezionato nel tempo e attorno al quale ha iniziato a immaginare la giovane Hirut. La fotografia diventa così strumento di storytelling ed è qui raccontata a parole. Non si trovano infatti fotografie nel volume, se non due all’inizio e al termine, ma capitoli interi sono essi stessi la descrizione di fotografie scattate dal soldato-fotografo ebreo Ettore Navarra. Contenute in una cassetta metallica, sono in mano alla Hirut del 1974 che sta per incontrare Ettore e restituirgliele. È quindi Hirut che, prendendole in mano una ad una, riesuma ed apre i capitoli della guerra e della resistenza.

In un’intervista all’autrice pubblicata su Africa is a Country, Confronting the weapon of photography (2020), Maaza Mengiste riflette sulle dinamiche di potere legate a questo medium: potere dato da chi scatta la fotografia, da cosa sceglie di mantenere dentro e cosa invece lascia fuori dall’inquadratura, dalle sue intenzioni. Se la fotografia è strumento di memoria, allo stesso tempo lo è di cancellazione, non solo di tutto ciò che è rimasto fuori a livello spaziale, ma anche a livello temporale: cosa è avvenuto appena prima e dopo una fotografia è perduto. Il medium diviene, in questo contesto, arma di guerra e propaganda, “tecnologia dell’imperialismo”.

«Foto
Un giovane uomo, infuriato e orgoglioso, capelli spettinati liberi nel vento. Zigomi affilati, mento sottile, occhi stretti che non temono di fulminare il fotografo. Un dito puntato, un’accusa, una dannazione eterna.»

La scelta deliberata della Mengiste di descrivere a parole le fotografie le ha permesso invece di andare oltre la pura testimonianza visiva e di inserire nel quadro elementi che non hanno lasciato alcuna traccia sulla carta, ma che Hirut ed Ettore ricordano, tracce indelebili nella memoria di chi era presente nella Storia. Una scelta che permette inoltre di riflettere durante la lettura sull’identità di chi scattava, talvolta in qualità di fotogiornalista dell’esercito, talvolta come italiano per la prima volta all’estero, desideroso di soddisfare il proprio bisogno di “esotico” e riportare in patria scatti privati.

«Stiamo per fabbricare Icaro e scagliarlo verso il sole», scrive Ettore al padre in una lettera. Incaricato di scattare le fotografie che documentino l’operato dell’esercito italiano, è tenuto ad immortalare anche i prigionieri, gli “uomini che non hanno ali”, prima davanti alla nuova prigione del colonnello Fucelli e poi mentre vengono spinti nel dirupo «tra le cinque e le cinque e mezza, ora che garantisce a quel soldato, Navarra, la luce migliore». Scatto dopo scatto, compone “un album di morti”, “un archivio di oscenità” meticolosamente studiate nella scelta dei soggetti, della luce e del paesaggio.

«Foto
[…] I prigionieri si ribaltano mollemente oltre il margine, calmi e goffi, e tutto ciò che Ettore può fotografare sono bizzarre figure che si raggomitolano nel vuoto, urlando i propri nomi in un baratro che ne moltiplica le voci, un coro ripetitivo, assordante. Si rovesciano oltre il margine come se scivolassero sott’acqua, affogando e risalendo in cerca d’aria, incerti fra un sogno estatico e un incubo paralizzante: forme spettrali di parole indicibili, segni scuri sullo sfondo del cielo.»

La scelta dell’autrice produce movimento al romanzo, restituisce spessore e realismo a personaggi ed eventi. Nella medesima intervista, la Mengiste racconta che, se non avesse immaginato i soldati italiani guardando ad una fotografia di un bambino italiano di inizio ‘900, non sarebbe riuscita a renderli esseri umani nella loro complessità fatta allo stesso tempo di “crudeltà e vulnerabilità”.

Parallelamente, l’autrice ha dato vita ad un archivio fotografico online della guerra italo-etiopica del 1935-41, il Project3541, che raccoglie fotografie provenienti per lo più da collezioni private, inclusa la sua, e presenta quindi una “prospettiva intima” delle conseguenze globali e personali di questa guerra. La sua consultazione a fine lettura, la arricchisce e completa, portando avanti in un certo senso il lavoro di Maaza Mengiste tra i meandri intimi della storia etiopica.

Pur raccontando eventi inventati, Il Re Ombra – insieme al Project3541 – contribuisce al riaffioramento di un capitolo della Storia trascurato e negletto, e non possiamo che essere felici del suo successo. Il romanzo è stato infatti finalista del Booker Prize for Fiction nel 2020. Che il viaggio in compagnia di questa preziosa scrittrice possa continuare con nuove storie alla riscoperta di ciò che era stato dimenticato.

Incipit

Il Re Ombra, Afrologist

«1974

Non ha voglia di ricordare ma è qui, e memoria è raccogliere ossa. È venuta a Addis Abeba a piedi e in corriera, attraversando luoghi che per quasi quarant’anni aveva scelto di dimenticare. È in anticipo di due giorni ma lo aspetterà, seduta per terra in quest’angolo della stazione dei treni, con la cassetta metallica in grembo, la schiena contro il muro, rigida come una sentinella. Si è messa un abito che non indossa tutti i giorni. I capelli sono lucenti e intrecciati con cura, ed è stata attenta a nascondere la lunga cicatrice che s’increspa alla base del collo e pende sulla spalla come una collana rotta.»

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