Le stazioni della luna. Memorie italo-somale

Le stazioni della luna ✏ Ubah Cristina Ali Farah

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

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Le stazioni della luna, Ubah Cristina Ali Farah, 66thand2nd, 2021.

«Chiudete pure il recinto, quando il cavallo è già stato rubato.»
Kaahiye (figlio di Ebla)

Ubah Cristina Ali Farah nasce a Verona nel 1973, figlia di una storia d’amore tra il suo papà, universitario somalo, e la sua mamma, veronese. Cresciuta a Mogadiscio, dove frequenta le scuole italiane, è costretta con i familiari a fuggire dal Paese a seguito della guerra civile, iniziata nel 1991.

La diaspora la porterà in Ungheria, poi a Roma e a Napoli per un dottorato di ricerca presso “L’Orientale”. La vita la porterà ad abitare a Bruxelles, a scrivere il suo ultimo romanzo in Sud Africa durante la pandemia, a sentirsi a casa non in un luogo, ma nelle sue due lingue del cuore, italiano e somalo.

Scrittrice e poetessa in lingua italiana, Ubah (in somalo “fiore”) Cristina ha la doppia identità anche nel nome, e traspone in letteratura ed emozioni storie, personaggi e relazioni che traggono ispirazione dal suo universo di appartenenze.

Il suo romanzo d’esordio è Madre piccola (2007), seguito da Il comandante del fiume (2014) e dal nuovo Le stazioni della luna (66thand2nd, 2021).

Periodo storico rievocato

L’Italia si era affacciata sul mar Rosso dalla fine dell’800. Patti commerciali furono il prologo dell’esperienza coloniale in Eritrea prima, in Somalia poi. Nel ventennio fascista, la presenza italiana si rafforzò numericamente e lo sfruttamento si affinò, fino all’occupazione inglese che decretò la sconfitta di Mussolini nel Secondo conflitto mondiale e lo sgretolarsi dell’Impero d’Africa Orientale. Migliaia di italiani delle colonie furono allora rimpatriati sulle “navi bianche”, grandi bastimenti che per raggiungere la patria ebbero a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza stante il divieto degli Alleati a percorrere la ben più breve via di Suez.

I fatti narrati nel romanzo si svolgono durante il mandato fiduciario dell’Italia in Somalia. La guerra alle spalle, siamo nel 1950 e le Nazioni Unite affidano agli italiani il difficile compito di accompagnare l’ex colonia (sic!) all’indipendenza, che avverrà nel 1960.

L’Italia avrebbe dovuto supportare l’economia somala, provvedere allo sviluppo delle capacità amministrative e militari dei somali, implementare le infrastrutture e il livello culturale. Parliamo di una regione abitata all’80% da nomadi illetterati e divisi in gruppi tribali tra loro ostili. Parliamo di persone che avevano conosciuto espoliazioni e umiliazioni da parte dei coloni italiani e che adesso si trovavano ad accettarne, mutatis mutandis, il ritorno.

Trama

L’intreccio ruota intorno a due figure femminili: Ebla e Clara.

Ebla è una somala cresciuta in una tribù lontana dalla costa con un papà che le ha insegnato a leggere i segni del cielo. Pura e coraggiosa, è fuggita da un matrimonio combinato e ha trovato in città, a Mogadiscio, l’amore e la sua dimensione. Clara è una ragazza italiana che fino ai 12 anni è vissuta in Somalia a stretto contatto con i figli di Ebla, sua amata balia, e che ha fatto rientro suo malgrado in Italia sulla nave bianca Saturnia.

Le loro vite si intrecciano nuovamente all’epoca dell’AFIS (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia), quando Clara sente il richiamo di “casa” e raggiunge suo fratello Enrico – agronomo – in terra somala.

Le vicende che si dipanano lasciano emergere i diversi volti del confronto tra italiani e somali nel periodo pre-indipendenza, talvolta sincero e fraterno, anche politicamente solidale; in altri casi distaccato e ostile, quando non razzista e bellicoso.

L’autrice ha il dono di non tagliare in due la storia dividendo tra buoni e cattivi. Ci accompagna nella storia fatta di storie diversificate che han per protagonisti persone tra loro differenti, più o meno illuminate, più o meno allineate, più o meno pronte all’amore – di quell’amore che è desiderio e supera i confini delle mentalità arcaiche o predominanti, del colore della pelle, degli interessi economici, dei non detti, del dolore -, più o meno padrone del proprio destino, più o meno responsabili dei fatti passati, più o meno solide di fronte al futuro.✎

Incipit

le stazioni della luna, Afrologist

«Mia figlia è partita. Non smettevo di abbracciarla e poi le ho detto: «Vai, è tutto a posto», ma non sono riuscita a frenarmi, maledetta me, e sono scoppiata a piangere davanti a tutti, una vera disgrazia. Cercavo di asciugarmi le lacrime con un lembo del velo, succhiavo il lembo del velo come una lattante, e lei per una volta è stata comprensiva. «Mamma,» mi ha detto «non sto andando per sempre».

«Sei tranquilla?» le ho chiesto, e mia figlia ha abbozzato un sorriso. «Sei tranquilla di partire?» ho ripetuto, e lei, abbracciandomi di nuovo, ha risposto: «Vado da mio fratello Kaahiye, piuttosto sei tu che rimani».

Mi sforzavo di sorridere, ma le lacrime sgorgavano da sole, a fiotti, come da un tubo rotto, e io le ingoiavo e avevo gli occhi in fiamme ed era come durante la stagione delle piogge, quando i tombini si intasano e le strade diventano fiumi in piena, rossi di fango.

Sono sicura che se ne sono accorti tutti, perché in questo paese essere sentimentali è una gran vergogna, e soltanto quando ho visto quelle donne ridacchiare mi sono data una calmata.»

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