Lettere afro-italiane tra razzismo e affermazione d’identità plurali

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Future. Il domani narrato dalle voci di oggi, a cura di Igiaba Scego, effequ, collana Rondini, 2019.

Nelle sale contigue ai locali, in un’epoca assai lontana occupati dai filatoi del lanificio borbonico di Napoli, su iniziativa del centro interculturale Officine Gomitoli ed in collaborazione con la libreria Tamu, qualche settimana fa è stato presentato il volume collettivo, edito dalla casa editrice toscana effequ, intitolato Future. Il domani narrato dalle voci di oggi. Alla presentazione: una delle autrici, Djarah Kan, scrittrice e cantautrice “italo-ghanese” di Castel Volturno, insieme a Fatima Ouazri, nelle vesti di padrona di casa (Officine Gomitoli), a Fatima Edith Maiga, “afroitaliana” attivista del movimento Italiani senza Cittadinanza, a Sarra “con due erre”, studentessa italiana di madre polacca e padre tunisino, e a Francesca De Rosa, ricercatrice impegnata nello studio delle culture visuali coloniali, postcoloniali e diasporiche dell’Africa lusofona e del Brasile.

Come ci avverte Djarah Kan, il libro nasce

«dall’esigenza di riunire e mettere in forma scritta esperienze frammentarie, biografiche e letterarie, di autrici donne afroitaliane».

Tale aggettivo le sembra troppo indefinito e perso in una sorta di allure estetizzante che ammicca alla moda linguista di anteporre afro, a mo’ di significante vuoto, a qualsiasi altra espressione geografica successiva utile a completare il senso di un’identità ibrida. «Sono italo-ghanese. So da dove vengo» – dice, mentre i suoi occhi sembrano suggerire: «non sono la chiazza afro né la macchia nera da sfogliare tra gli scaffali di una libreria per soddisfare la voglia di esotico del lettore».

Sulla liceità dell’aggettivo afroitalian, la discussione si fa vivace: Fatima Edith Maiga non lo trova disdicevole. Anzi, crede che forse sia l’unica espressione in grado di tenere insieme la sua traiettoria biografica e quella dei membri della sua famiglia, le cui storie sono costellate di spostamenti e (ir)radicamenti tra il Sahara dei Touareg ed il Benin. Fatima Ouazri si dice sorpresa nell’aver trovato all’interno del libro, che raccoglie gli scritti di undici autrici afroitaliane, il racconto di Leila El Houssi, storica italiana di origini tunisine, e quello di Wissal Houbabi che viene «da mondi paralleli, doppia assenza, idee confuse, meticce e liquide», dal momento che anche il mercato editoriale italiano pare risentire dei contraccolpi di una divaricazione geopolitica tra il Nordafrica e l’Africa sub-sahariana.

Le domande Dove comincia l’Africa? Dove finisce l’Africa? sono tremendamente attuali e le possibili risposte sono estremamente necessarie per decolonizzare vecchi e nuovi immaginari.

Secondo Sarra, bisogna fare i conti con la consapevolezza di abitare «una terra di mezzo tra gli spaghetti ed il cous cous» come preannuncia nelle prime pagine del libro Igiaba Scego, curatrice del volume. A dissipare qualche dubbio sulla questione può tornare utile considerare la riflessione che l’autrice di Oltre Babilonia, sviluppa nella nota introduttiva:

«l’idea di scegliere solo donne e afrodiscendenti non è stata dettata da questioni di moda. La mia idea non era quella di fare una Black Panther in salsa italica»,

piuttosto lanciare un J‘accuse contro la confortante narrazione del mito degli Italiani brava gente che ha impedito la presa in carico del «dilemma della whiteness» e che costantemente derubrica il razzismo, istituzionale e popolare, a segni di stanchezza del popolo italiano sfinito dall’essere troppo buono e accogliente.

Il filo rosso del volume passa attraverso la scommessa politica di una contro-narrazione imbastita da voci di afroitaliane, di donne, accomunate dalla volontà di plasmare collettivamente una prospettiva di futuro.

Come sottolinea Camilla Hawthorne nella prefazione, «le scrittrici descrivono il dolore e la paralisi che deriva dalla sensazione di non avere un futuro in Italia, e allo stesso tempo cercano di costruire un futuro che abbia spazio per loro e per tutto ciò che rappresentano». Sul punto Francesca De Rosa rileva come «queste visioni plurali, future e futuribili, offrano l’inedita possibilità di smitizzare e svecchiare il canone bianco della letteratura nazionale e della politica culturale in Italia».

Djarah Kan ci ricorda che il processo di scrittura ha fatto emergere «la sofferenza e la difficoltà di immaginare l’avvenire in una società violenta ed escludente, oscurante, in un presente (in)castrante fatto di parole solide: immigrati, migranti, seconde-terze generazioni» che condannano a vivere l’eterno ritorno del participio presente del verbo migrare.

Marie Moïse, Angelica Pesarini, Ndack Mbaye, Lucia Ghebreghiorges, Leaticia Ouedraogo, Addes Tesfamariam, Alesa Herero, Esperance H. Ripanti, insieme alle autrici già citate, formano, come scrive Prisca Augustoni nella postfazione, una comunità porosa di scrittrici afroitaliane depositarie di «una sorta di transcultura che possa difendere gli interessi della popolazione afro nelle varie regioni del mondo».

Future. Il domani narrato dalle voci di oggi è un libro struggente e necessario, un atto di generosità emotiva ed intellettuale, prima che letteraria, il frutto non avvelenato di chi alla mensa del razzismo ha rovesciato i piatti senza perdere il gusto per la parola liberata.

Le storie di chi, di chi, di chi…

Sono le storie, tra autobiografia e romanzo, di chi «ha passato tutta la sua giovinezza a cercare di recuperare le sue radici recise», di chi «se sapesse qual è il suo vero nome non si arrabbierebbe più con chi la chiama “negra”», di chi ha voluto capire «il legame tra Africa e Italia seguendo le storie di chi, quella Storia, l’aveva vissuta sulla propria pelle, letteralmente».

Sono i racconti di chi, dinanzi alla morte, ricorda un proverbio senegalese, I denti non bruciano e «presto o tardi fanno ciò per cui esistono: per esempio disvelare un sorriso», di chi ha conservato una foto come carta d’identità a ricordarle che «come tutti gli altri anche lei aveva inizio in un luogo specifico», di chi è pronta a «portare luce, a marginalizzare i confini per mostrare la via d’uscita dal labirinto coloniale e razziale».

Sono le riflessioni di chi in Olanda «ha capito che expat se sei nera si dice refugee», di chi, tra Tunisia ed Italia, custodisce «l’incanto della memoria», di chi a Roma «era sempre stata Razza, poi finalmente Nera, poi si fece Donna e in un altro giorno ancora divenne Queer», di chi tra Khourigba, l’Umbria e Trieste «non nasce con radici ma scava nella mente per cercarle da più vicino», di chi fa, disfa e rifà sogni «in un paese terrorizzato dai barconi pieni di disperazione e non dalla disperazione di essere tutti sulla stessa barca».✎

Incipit

Future

«[I]l libro che avete in mano è di fatto un moderno J’accuse. Giovani e meno giovani donne italiane di origine africana hanno preso in mano una penna, o più realisticamente il loro computer, e hanno scritto dei racconti che ci parlano di futuro. Ognuna di loro ha scelto un’angolazione e uno stile propri. Ma ognuna di loro è partita da questo presente distopico, da questa Italia distopica, dove viviamo, amiamo, mangiamo, dormiamo, piangiamo e ridiamo. Un’Italia feroce che se non hai il supposto colore nazionale (un bianco candido che nessun italiano ha di fatto veramente, visto che il paese è mediterraneo e frutto di incroci) ti mette ai margini, e nemmeno ti ascolta. Il nostro J’accuse non solo vuole essere ascoltato, ma vuole urlare il proprio disappunto per lo stato di questo presente che ci sta sempre più stretto.»

Le parole degli altri

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