L’Imperatore è caduto: la Storia tra rivoluzione e terrore

Lo sguardo del leone ✏ Maaza Mengiste

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Lo sguardo del leone, Maaza Mengiste, Neri Pozza, 2010, traduzione dall’inglese di Massimo Ortelio.

Ad Afrologist, siamo in fremente attesa della traduzione italiana de The Shadow King (W.W. Norton/Canongate Books, 2019), secondo romanzo di Maaza Mengiste con la quale l’autrice etiope è entrata nella shortlist de The Booker Prize for Fiction 2020. La vincitrice o il vincitore verrà annunciato il 19 novembre, e noi facciamo il tifo sia per la Mengiste che per la collega zimbabwese Tsitsi Dangarembga con This Mournable Body (Faber & Faber).

The Shadow King dubutterà anche sul grande schermo come film, grazie alla Atlas Entertainment che ne ha acquisito i diritti.

A portare in Italia l’opera sarà Einaudi Editore, come annunciato dalla stessa scrittrice su Twitter proprio lo scorso ottobre ad Afrologist, con traduzione a cura di Anna Nadotti.

Nell’attesa, rispolveriamo l’opera prima di Maaza Mengiste, Lo sguardo del leone, pubblicato invece da Neri Pozza esattamente dieci anni fa. Vorrei iniziare citando il saggio Fiction Tells a Truth That History Cannot (Guernica, 2015) nel quale l’autrice esplicita alcune delle domande e perplessità che l’hanno accompagnata nella stesura:

«Stavo completando il mio primo romanzo, Lo sguardo del leone, ambientato durante una rivoluzione marxista che iniziò in Etiopia nel 1974. Ciò che sapevo della storia era personale, la stima dei 500.000 uccisi si riduceva ai tre che erano nella mia famiglia. Non ero sicura di cosa significasse scrivere narrativa su una tragedia nazionale. Non sapevo come quelle tre vite potessero essere contenute nella cosiddetta Menzogna Artistica [Artful Lie]. Questa rivoluzione non era il terreno della saggistica? Chiesi al mio professore, il poeta sudafricano Breyten Breytenbach. Non c’è un obbligo di onorare i morti parlando di loro esattamente come erano esistiti?»
[traduzione mia]

Parafrasando le parole di risposta del professor Breytenbach, a volte “la narrativa rivela una verità che la Storia non può raccontare”. Abbracciando questo consiglio, la Mengiste ha quindi scelto di introdurre elementi di finzione sullo sfondo storico degli anni del Terrore Rosso, riportando la “compassione” in una Storia “spietata”, riducendone il “rumore” per far riaffiorare “molte verità”. Attraverso dettagli storici reali e le storie verosimili dei protagonisti, avvicinandosi al loro dolore, ai dubbi e all’idealismo, e quasi percependo sulla lingua il gusto ferroso del sangue versato: solo così, forse, ci è concesso di accedere alla comprensione di questo squarcio di Storia etiopica; di immaginare la portata degli eventi che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime tra il 12 settembre 1974, giorno della deposizione dell’ultimo Imperatore d’Etiopia, il Negus Hailé Selassié I, e il 21 maggio 1991, con la caduta del dittatore Menghistu Hailé Mariàm.

La storia inizia nel 1974. A distanza di quattordici anni dal primo tentato colpo di Stato per abbattere la monarchia, il chirurgo Hailu ribadisce al suo primogenito, Yonas, un semplice concetto: l’impero non può cadere. Esattamente come nel 1960 gli aveva detto: «tu hai diciotto anni, l’imperatore ne ha tremila». Questa notte però, l’idealista studente universitario per il quale sono in apprensione è Dawit, il secondogenito.

«”Sai cosa chiedono? Che l’imperatore rinunci al trono” disse in tono incredulo, sgranando il rosario. “Pensano davvero di poter abbattere una stirpe che regna da tremila anni? Si illudono che basti agitare una bandiera per cambiare il mondo? Le idee non possono fermare le pallottole”.»

Ciò che sembrava impossibile invece accade: l’imperatore viene deposto, arrestato e allontanato dal suo Palazzo in un’utilitaria dal Derg, il nuovo Governo militare provvisorio dell’Etiopia socialista. Lo scioglimento del governo e un nuovo primo ministro non erano stati sufficienti per compensare la malagestione della carestia in corso e la corruzione. Il Leone di Giuda, colui che aveva combattuto contro l’invasore fascista, colui che proviene dalla medesima stirpe di re Salomone, muore assassinato. La promessa di libertà però si rivelerà presto caduca, sfociando in un regime autoritario che priva i cittadini dei loro diritti.

Sullo sfondo della nuova propaganda comunista e dell’epurazione degli intellettuali del Paese, gli eventi nazionali si intrecciano con quelli personali, con le vite dei membri della famiglia di Hailu, e hanno un impatto diverso per ciascuno. A seguito della perdita della madre Selam per malattia, Yonas prega, Dawit sceglie di unirsi ad un movimento di resistenza clandestina, mentre Hailu, distrutto dalla perdita della moglie amata, si ritrova a curare una giovane ragazza vittima della tortura di Stato. Nel ribattezzato Black Lion Hospital, Hailu, fedele ai suoi principi e alla professione medica, diventa testimone di orrori e pratiche disumane.

«Due settimane prima aveva sbucciato quel corpo dal suo involucro di plastica. Erano state ore interminabili, strazianti. Aveva scrostato e sollevato la pellicola, centimetro dopo centimetro, pregando mentre operava. Pur impegnandosi allo spasimo, gli era parso che le sue mani non fossero abbastanza delicate, si era maledetto per la goffaggine con cui reggevano il bisturi. Ogni volta che si fermava a prendere fiato sentiva dolori in tutto il corpo, i muscoli che bruciavano, la gola tanto secca che un fiume non sarebbe bastato a dissetarla. A un certo punto si era chinato a baciarle la guancia.»

Attraverso le loro scelte individuali, le diverse esperienze e scenari nei quali si ritrovano, così come leggendo dei percorsi di loro conoscenti – si pensi a Mickey, amico di Dewit e divenuto pedina fondamentale nelle mani del Derg, o Lily, la fidanzata di Dewit, inviata nelle campagne per diffondere la retorica governativa – ci troviamo completamente immersi in uno spaccato storico-politico del quale altrimenti conosceremmo solo la cronologia dei fatti.

La Mengiste, pur inventando, ricostruisce l’atmosfera di quei giorni e riesce a far respirare al lettore l’aria pesante, tesa e piena di incertezza declinandola per ciascuno dei personaggi in maniera stupefacente. Leggendo il romanzo, ho provato rabbia, orrore, dolore e la confusione che si prova nel riconoscere ancora una volta che il mondo non è bianco o nero, ma molto complesso nelle sue sfumature. Se c’è una cosa che apprezzo nella lettura, è proprio addentrarmi in quella complessità, perdermi ed emergere con molte più domande di quando ho iniziato.

«Quando c’erano gli italiani almeno sapevamo qual era il nemico.»

L’opera della Mengiste spinge ad approfondire la Storia, un’esigenza più che mai urgente soprattutto per i capitoli trascurati nell’istruzione formale e scolastica. Ora non rimane che attendere per Il Re ombra: fare un passo indietro nel tempo nella Storia d’Etiopia, per farne un altro in avanti come italiana e come persona.

Lo sguardo del leone è stato nominato tra i 10 migliori libri africani contemporanei dal Guardian nel 2012.

Incipit

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«Un’esile vena azzurra pulsava nella pozza di sangue che si andava formando nel punto in cui il proiettile si era conficcato nella schiena del ragazzo. Hailu sudava sotto la luce intensa della lampada operatoria, un senso di oppressione dietro gli occhi. Chinò la testa di lato e una delle infermiere si affrettò a detergergli la fronte. Tornò a guardare il bisturi, il sangue luccicante e i lembi squarciati della ferita, e cercò di immaginare l’ardore che aveva indotto quel ragazzo a sentirsi più forte dell’agguerrita milizia dell’imperatore Hailè Selassiè.»

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