L’ombra della Storia scorre tra i fiumi di Haiti

La fattoria delle ossa ✏ Edwidge Danticat

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

Tempo di lettura: 6 minuti

  • Haiti, Afrologist

La fattoria delle ossa, Edwidge Danticat, Piemme, 2005, traduzione dall’inglese di Maria Clara Pasetti.

La fattoria delle ossa è un romanzo di rara intensità il cui centro narrativo si misura sul peso specifico di un massacro che ha segnato irrimediabilmente le relazioni umane e politiche tra Haiti e Repubblica Dominicana sull’isola di Hispaniola nel corso del Novecento ed oltre.

Edwidge Danticat con questo romanzo firma un’opera pensata come un mosaico di memorie scheggiate, fluttuanti tra la vita e la morte, che galleggiano tra campi di tabacco e canna mentre i sanbas, i cantastorie, parlano di donne dai capelli color zucca che danzano al ritmo vorticoso della calinda.

Amabelle Désir, protagonista e narratrice, è haitiana e presta servizio come domestica nella dimora della señora Valencia, moglie del señor Pico, ufficiale dell’esercito dominicano negli anni della dittatura di Rafael Leónidas Trujillo Molina. Ha perso i genitori, Antoine Désir e Man Irelle, annegati mentre cercavano di guadare un fiume, confine naturale tra le due metà dell’isola. L’esito letale di questa prima migrazione da Haiti a Santo Domingo apre la catena di traumi e lutti che costellano il percorso di vita di Amabelle, testimone e vittima scampata ad un massacro.

I fatti

Nell’ottobre 1937 la notizia della “campagna di sterminio” e delle uccisioni di massa dei tagliatori di canna da zucchero haitiani impiegati nelle piantagioni di Santo Domingo era già stata trasmessa a Washington da Henry Norweb, l’ambasciatore statunitense sull’isola. Alla base di quegli eccidi vi era il desiderio di purezza razziale a lungo accarezzato dal Generalissimo Trujillo.

Sin dagli esordi il regime dittatoriale aveva propagandato la duplice menzogna di un’omogeneizzazione etnica e di una dominicanizzazione della piramide sociale a partire dalle regioni di confine,

«una zona turbolenta con un karma malinconico»

nell’immaginifica perifrasi coniata da Thomas Pynchon in Bleeding Edge (La cresta dell’onda, Einaudi, 2014). Quelle zone, del resto, erano da secoli abitate da rayanos, frutto dell’umana mescolanza figlia di matrimoni misti haitiano-dominicani.

Gli intellettuali organici al regime veicolarono una narrazione della storia secondo cui solo il rispetto della triade perfetta costruita su bianchezza, cattolicesimo e valorizzazione del retaggio spagnolo avrebbe consentito alla Repubblica Dominicana di svilupparsi nell’opposizione eterna ad una Haiti nera popolata, nell’ideologia razzista dell’intelligentsia trujillista, da arretrati e superstiziosi africani.

Il massacro del 1937, nella memorialistica e nella storiografia, viene indicato con diverse espressioni che compaiono anche nel testo: el corte (il taglio), kout kouto-a (la pugnalata, in lingua creolo-haitiana), la masacre del perejil (il massacro del prezzemolo). Quest’ultima espressione rimanda alla pratica dei soldati dominicani di domandare agli afrodiscendenti nelle terre di confine di pronunciare correttamente la parola perejil. Date le difficoltà per un francofono di non arrotolare la erre, qualsiasi individuo che non si mostrasse in grado di scandire perfettamente quella parola, veniva considerato haitiano e ucciso.

La fattoria delle ossa può essere considerata a buon diritto, insieme al romanzo di René Philoctète, Le peuple des terres mêlées, una delle opere letterarie più riuscite sull’argomento perché in essa i protagonisti danno sostanza a quelle culture dell’Atlantico nero, di cui parla Paul Gilroy, che

«nella storia delle esperienze forzate di attraversamento come la schiavitù e l’emigrazione […] hanno creato mezzi di consolazione per elaborare la sofferenza.»

Il romanzo

Sullo sfondo di questa storia tragica, Edwidge Danticat imbastisce storie d’amore accomunate da una certa crudeltà del destino. Amabelle è legata a Sebastien, “braccia d’acciaio” ed un’infanzia interrotta dalla morte del padre travolto da un uragano. L’amore tra Amabelle e Sebastien si nutre di sogni e di speranze di libertà che miseramente svaniscono in una notte, forse in un campo di sapodilla o tra le foglie larghe di un bananeto quando Sebastien e la sorella Mimi presumibilmente vengono catturati ed uccisi dalla truppa del señor Pico nel loro tentativo di raggiungere Haiti.

La morte di Sebastien sembra, infatti, rimanere inghiottita tra le pagine del romanzo, sospesa nell’incertezza della memoria degli incontri onirici durante i quali Amabelle ritrova l’amato la cui storia

«assomiglia a un pesce senza coda, a un vestito senza orlo, a una goccia che non cade, a un corpo che non fa ombra nel sole.»

Sebastien non è l’unico a far visita ad Amabelle nelle incursioni notturne dei sogni. La madre “dalla pelle di tre diverse sfumature notturne”, avvolta in un periplo di vetro, ha il volto trasfigurato di Metrès Dlo, lo spirito dei fiumi. Donna, in vita dalle poche e indurite parole, nei sogni ricorda alla figlia:

«non volevo illuderti sull’amore. Volevo insegnarti che è raro, non lo trovi dappertutto e ha sempre un prezzo da pagare.»

Alla coppia formata da Amabelle e Sebastien, sembra fare da contraltare quella che tiene unita la señora Valencia e il señor Pico in un matrimonio triste e quasi maledetto dalla morte del piccolo Rafi “pelle di latte”, chiamato così per omaggiare il dittatore caraibico, gemello di Rosalinda dalla pelle “intensamente bronzea, di una sfumatura tra il guscio delle noci brasiliane e la salsefrica nera”. Alla vista di quella bambina così diversa da lei, la señora Valencia, subito dopo il parto, chiede ad Amabelle:

«povero amore mio, che succederà se la prendono per una della tua gente?»

La domanda è rivelatrice della visione razzializzata dell’altro che struttura la società dominicana nella sua componente latina e bianca, e si struttura immancabilmente lungo la linea del colore. Anche la reazione di Papi, padre di Valencia, conferma l’attaccamento e l’ossessione per la bianchezza. Osservando la nipote esclama:

«dipenderà dalla famiglia paterna. Mia figlia è nata nella capitale di questo paese. Sua madre era di puro sangue spagnolo, di una famiglia che risale ai Conquistadores. Quanto a me, sono nato in Spagna.»

Dietro questa precisazione genealogica si cela l’assertività della certezza delle proprie origini bianche mentre si insinuano dubbi sul lignaggio familiare dell’ufficiale Pico. I tratti somatici che tradiscono una discendenza africana non sono stati cancellati da matrimoni contratti di generazione in generazione sulla spinta di un blanqueamiento concepito anche come brutale e radicale strategia di sopravvivenza.

La prematura scomparsa del figlio bianco, pertanto, non viene vissuta come la perdita di un figlio bensì come il tramonto e la sconfitta di una pulsione alla denegrificación, che il regime trujillista aveva posto come base per la costruzione della nuova società dominicana. Anche sul conto di Trujillo Molina si vociferava che il suo albero genealogico avesse attinto linfa vitale da una radice afro-haitiana. Pico è, allora, l’ufficiale che cerca di ingraziarsi il dittatore ma allo stesso tempo il suo alter ego.

Non è un caso se l’amore, inteso come l’incontro fecondo con l’Altro, sia il perno di questo romanzo e del testo di René Philoctète incentrato sull’amore tra Adele, bracciante haitiana, e il dominicano Pedro. Solo l’amore – anche se c’è un prezzo da pagare – svela l’ipocrisia delle identità monolitiche e la follia di un modello tanato-politico che vuole la morte dell’Altro così simile a Noi.✎

Incipit

Haiti, Afrologist

«Quasi ogni notte viene a interrompere il mio incubo ricorrente, quello dei miei genitori che annegano. Mentre il mio corpo lotta contro il sonno, sforzandosi di svegliarsi, lui mi sussurra:
«Stai ferma che ti riporto indietro».
«Indietro dove?» domando senza che le mie labbra si muovano.
«Ti riporto nella grotta dall’altra parte del fiume.»
Barcollo goffamente tentando di alzarmi. Lui ristabilisce il mio equilibrio con la punta delle sue lunghe dita adunche, che strisciano verso di me, dotate di vita propria. Lo abbraccio e con la testa gli arrivo a malapena a metà del petto. È assolutamente bello nella luce fioca della lampada a olio, sebbene la lucente pelle nera del suo viso sia devastata dai solchi delle ferite inferte dagli steli di canna da zucchero. Ha braccia grandi come le mie cosce nude. Braccia d’acciaio, indurite da quattro anni di raccolti…»

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