ESULI DELLA LIBIA, TRA PASSATO E PRESENTE

Mare al mattino ✏ Margaret Mazzantini

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Mare al mattino, Margaret Mazzantini, Mondolibri-Mondadori, 2011.

Mare al mattino parla di esuli, di esiliati dalla terra che sentono propria: la Libia.

Su una sponda del Mare Nostrum si trovano il piccolo Farid con la giovane madre Jamila, in fuga dal loro villaggio beduino in un deserto che brucia. È il 2011 ed è iniziata la prima guerra civile libica tra le forze lealiste di Mu’ammar Gheddafi e la coalizione di forze d’opposizione.

«Chilometri di silenzio, solo il rauco motore. È una scena di guerra, di ogni guerra. Umanità deportata come bestiame. Non ci si ferma per pisciare.»

Farid non ha mai visto il mare e in men che non si dica, si trova su una barca di fortuna diretta verso l’Europa. Porta al collo un sacchetto di cuoio contenente dei ciuffi di pelo e perline, un amuleto che protegge chi lo indossa dagli occhi della morte. Il loro è però un viaggio di sola andata, per dirla alla Erri De Luca.

Sulla sponda opposta, in Sicilia, si trovano invece l’adolescente Vito, la madre Angelina e i nonni Santa e Antonio. Angelina è nata a Tripoli, figlia di quella generazione di coloni italiani emigrati in Libia come contadini in aree semidesertiche, in particolare nella Cirenaica. I suoi genitori, Santa e Antonio, erano alcuni dei coloni confinati all’estero dal fascismo in quanto ebrei. In seguito al colpo di Stato di Mu’ammar Gheddafi nel 1969 però, tutti gli italiani vennero rimpatriati forzatamente, riattraversando quello stesso tratto di mare al contrario. Per i bambini come Angelina invece, quel viaggio verso l’Italia non era affatto un “ritorno in patria”, ma piuttosto uno sradicamento dall’unica casa fino ad allora conosciuta.

«Angelina sa cosa vuol dire ricominciare.
Voltarsi e non vedere più niente, solo mare.
Le tue radici inghiottite dal mare, senza alcuna ragione accettabile.»

Angelina, straniera nella sua stessa “patria”, e Jamila, che tenta il tutto per tutto per giungere su quelle coste su un barcone malandato insieme al suo bambino, sono entrambe esuli, anche se in epoche e per ragioni diverse. Vite interrotte dalla violenza. E nel caso di Jamila e Farid, concluse nel mezzo di quel Mare Nostrum, sui suoi fondali.

«[Angelina] pensava soltanto a quello. Riportare la sua vita a quel punto.
Nel punto dove si era interrotta.
Si trattava di unire due lembi di terra, due lembi di tempo.
In mezzo c’era il mare.»

Il ruolo di Vito? Vito rappresenta il punto di congiunzione tra geografie e storie, passato e presente. Da un lato, è erede del passato della sua famiglia, senza comprenderlo fino in fondo. Allo stesso tempo, incontra l’Altro suo contemporaneo, lo straniero, tra i resti dei barconi e delle vite da loro trasportate, arenate sulla spiaggia. Infelice in Sicilia, incarna poi anche la nuova generazione di italiani, di occidentali, che scelgono (più o meno controvoglia) di emigrare per trovare un futuro.

«Vito guarda l’orizzonte farinoso e cieco. Guarda la spiaggia, una discarica di oggetti vomitati. Il mare adesso sembra un coperchio, argentato come una moneta.
Avanti e indietro in quel tratto di mare, questa è la storia della sua famiglia

Nella sua brevità, questo romanzo di ormai otto anni fa rimane non solo attuale, ma raro per il punto di vista, e mai banale. La colonizzazione italiana della Libia infatti non viene mai esaltata, ma semplicemente raccontata dalla prospettiva di chi l’ha ereditata nascendo. Come ogni pezzo di storia, le campagne imperialistiche italiane in Libia, così come nel Corno d’Africa, vanno ricordate e riesumate dal dimenticatoio, in particolare nei loro episodi più brutali e bui, che pochi non sono. Questo non solo per completezza storica, ma per comprendere dei tasselli fondamentali nella storia contemporanea, le cui conseguenze dirette e indirette vediamo sulla pelle di persone come Jamila e Farid.

E in mezzo a queste vite, c’è sempre il mare, il “nostro” mare, appunto, che dovrebbe continuare a rappresentare una storia comune, scambi, similitudini, passaggio e contatto, piuttosto che un confine, morte o divisioni. Che la narrativa serva (anche) a ricordare, e comprendere. Questo l’auspicio per opere come Mare al mattino.✎

Incipit

«Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro.
Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta.
Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati. Abita in una delle ultime oasi del Sahara.»

Le parole degli altri

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