Mwititi è la forma che assumono i silenzi

La stagione dell’ombra ✏ Léonora Miano

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La stagione dell’ombra, Léonora Miano, Feltrinelli, 2019, traduzione dal francese di Elena Cappellini.

Di romanzi sulla tratta atlantica degli schiavi ne sono stati scritti molti. Alcuni hanno prediletto il punto di vista interno, come I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos, 2019), della ghanese Ayesha Harruna Attah e recensito da Maria Antonietta Maggio qui su Afrologist. O ancora Non dimenticare chi sei (Garzanti, 2017), dell’autrice ghanese-americana Yaa Gyasi, forse uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni. Probabilmente non un caso che la prima autrice abbia vissuto negli Stati Uniti, prima di tornare nel continente africano, e la seconda abbia vissuto quasi tutta la sua vita oltreoceano.

La stagione dell’ombra (Feltrinelli, 2019) della camerunese Léonora Miano, residente a Parigi, si inserisce nel medesimo filone, ma con una particolarità fondamentale: la storia, pur profondamente legata a questa realtà storica in un luogo non ben definito dell’Africa occidentale, è immersa nella foresta, apparentemente lontano da ciò che succede sulla costa. Nel remoto villaggio dei mulongo, un incendio interrompe la quotidianità e la concomitante scomparsa di dodici giovani ne altera in modo ineluttabile l’esistenza.

«Dal giorno del grande incendio, è nata una nuova categoria di individui: quelli che non sono né vivi né morti. Non si sa che fine abbiano fatto. E si accetta di vivere senza saperlo.»

“Quelle i cui figli non sono stati ritrovati”, le madri e mogli degli scomparsi durante quella notte, non riescono, non possono e non vogliono però accettare di vivere senza sapere cosa sia veramente successo. La sofferenza invade tutto il villaggio e le madri vengono isolate in una capanna ai margini perché la negatività non intacchi la vita degli altri abitanti diffondendosi. Un’ombra, Mwititi, scende sulla capanna, solidificazione del loro dolore, e del silenzio che avvolge l’infausto avvenimento. Unite dalla sofferenza e dallo sgomento, diventano una collettività, quasi indistinta come l’ombra che le sovrasta.

La tensione narrativa ruota attorno alla ricerca di senso e di verità. Impossibile non provare empatia e non rimanere increduli di fronte alla mancanza di empatia da parte degli altri personaggi sullo sfondo che si limitano ad esistere, noncuranti dell’improvvisa non-esistenza degli scomparsi.

Nonostante il lettore abbia il privilegio di immaginare cosa sia davvero successo, non può che cercare avidamente tra le righe indizi sull’effettiva sorte degli scomparsi. E ascolta attentamente le loro voci che parlano in sogno alle madri, in cerca non della spiegazione che già intuisce e data dalla Storia, ma delle loro di risposte, di quei giovani particolari.

«Una presenza oscura appare a loro, tutte loro, e ognuna riconoscerebbe tra un milione la voce che le parla. Nel sogno protendono il capo, tendono il collo, cercano di distinguere quell’ombra. Di vedere quel volto. Ma il buio è fitto. Non vedono niente. C’è solo una frase: Mamma, aprimi, così che possa rinascere

La storia apre molte altre tematiche – intrighi di potere, il rapporto con il mistico e l’aldilà, il ruolo delle donne in seno alla comunità e il significato della maternità -, ma ciò che mi ha incantata maggiormente è il racconto delle diverse collettività che a cerchi concentrici si allargano verso il resto del mondo: dalla prima collettività, di “Quelle i cui figli non sono stati ritrovati”, ai mulongo, ai clan che abitano la foresta che includono i vicini bwele, alla totalità di nativi della zona che comprende quindi anche gli isedu della costa, abitanti dei confini del mondo, e ultimo anello della catena di collettività poste in relazione (e mai in diretta contrapposizione) alle “creature dai piedi pollo”. Dalle pochissime descrizioni che si muovono di bocca in bocca su questi curiosi stranieri venuti dal mare, viene il dubbio che non siano umani. E per una volta, finalmente, il dubbio ricade sui colonizzatori, anziché sui colonizzati.

L’Altro, per quanto separato spazialmente, rientra comunque all’interno di una comune mitologia dell’origine. Le differenziazioni tra clan, e le loro posizioni geografiche, vengono spiegate attraverso il mito della regina Emene e ai successivi conflitti per il territorio.

«Era stato suo padre il re a indicare la principessa come suo successore. Nel paese da cui proveniva, il trono andava al primogenito del sovrano, indipendentemente che fosse maschio o femmina.»

La valorosa Emene fu costretta a lasciare il regno originario, Pongo, con i suoi fedeli sostenitori per scongiurare i massacri del fratello minore, aspirante al trono. Fu con la sua lunga marcia che la regina giunse a Mikondo, il villaggio dove fondò il clan dei mulongo.

È significativo che, nella totale ignoranza di ciò che gli “uomini dai piedi di pollo” stiano mettendo in atto, i personaggi che vengono a conoscenza della loro presenza, non parlino mai in termini razziali (non si parla mai di “bianchi”) o di contrapposizione. Al contrario, questi cercano di includerli all’interno della loro mitologia dell’origine perché possano rientrare a pieno titolo nell’ordine del mondo. Che questi “uomini dai piedi di pollo” giungano da Pongo attraversando le acque?

Il punto di vista rimane sempre quello del mulongo abitante della foresta. Attraverso i vari personaggi che viaggiano verso la costa per incontrare via via l’Altro e svelare il mistero della scomparsa dei giovani, scopriamo “animali dalla pelle lucente” estratti a mani nude dall’acqua che stranamente non emettono nessun verso e puzzano. E con essi, valichiamo i confini della visione del mondo dei mulongo.

«Non aveva mai sentito parlare né di costa né di oceano. Interroga Mutimbo, che dice di non conoscere il significato di quei termini. Almeno non concretamente. Sono cose che non ho mai visto con i miei occhi. La costa è il luogo in cui finisce la terra. L’oceano è il territorio che comincia lì, ai confini del mondo, e che è interamente composto d’acqua

Il destino dei personaggi non è qualcosa che è possibile cambiare, è già scritto. La scrittura di Léonora Miano è un atto politico, non un documento storico, né una testimonianza diretta. L’autrice indaga invece il lato umano, il dolore provocato, e gli restituisce dignità ponendolo a fulcro della storia e, in un certo senso, della Storia.

Pur non essendo ricostruzione di fatti, La stagione dell’ombra è frutto di ricerche a partire da La mémoire de la capture di Lucie-Mami Noor Nkaké, relazione sul patrimonio orale in Africa subsahariana sulla tratta atlantica. «Di fatto, che memoria abbiamo della cattura? Possiamo ricordare quegli sradicamenti senza dire chi erano quelli che li hanno vissuti e come vedevano il mondo?», scrive la stessa Miano nei ringraziamenti.

Nel romanzo, Bebayedi, il villaggio quasi inaccessibile costruito su palafitte da coloro che sono riusciti a fuggire alla cattura, è allora il simbolo della volontà di rimettere le persone al centro e dare spazio alla creazione del nuovo, oltre che alla distruzione. 

«A Bebayedi, le generazioni future impareranno che i loro antenati sono fuggiti per difendersi dai predatori. Capiranno perché le capanne sono state costruite sull’acqua. Qualcuno racconterà loro: Il mondo era in preda alla follia, ma alcuni si sono rifiutati di vivere nelle tenebre. Voi siete i discendenti di quelli che hanno detto no all’ombra.»

Di Léonora Miano sono state tradotte in italiano solo altre due delle sue numerose opere, ed entrambe dalla casa editrice Epoché, chiusa a fine 2012: Notte dentro (2007) e I contorni dell’alba (2008).✎

Incipit

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«Loro non lo sanno, ma succede a tutte nello stesso istante. Quelle i cui figli non sono stati ritrovati hanno chiuso gli occhi, dopo diverse notti senza sonno. Non tutte le capanne sono state ricostruite dopo il grande incendio. Radunate in un’abitazione lontana dalle altre, combattono il dolore come possono. Durante il giorno non parlano della preoccupazione, non pronunciano la parola “perdita”, né i nomi dei figli che non hanno più rivisto. In assenza della guida spirituale – anche lui perso chissà dove -, il Consiglio ha preso le decisioni che ha ritenuto necessarie. Hanno consultato alcune donne, le più anziane. Quelle che non vedono il loro sangue da diverse lune. Quelle che ormai il clan considera alla pari degli uomini.»

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