Nawal, l’angelo dei profughi ✏ Daniele Biella

La storia di una ragazza “ordinaria” con la determinazione e la grinta per compiere azioni straordinarie

Nawal. L’angelo dei profughi, Daniele Biella, Paoline, 2015.*

Nawal Soufi ha 28 anni, è nata in Marocco ed è cresciuta a Catania. Daniele Biella ne traccia il profilo a partire dalla sua tenacia e dalla voglia di impegnarsi che l’hanno portata fin dall’adolescenza a scendere nelle strade, prima con i movimenti studenteschi, poi attraverso la collaborazione con il Gerta Human Report, raccogliendo materiale video e audio di prima mano sul tema delle migrazioni e dell’accoglienza da mandare a giornalisti, blogger e ricercatori.

Quest’ultima collaborazione le ha aperto la strada a contatti con media internazionali quali la BBC, Al Jazeera e l’Ansa, a cui tutt’ora l’attivista invia materiali.

Da Catania ad Aleppo

L’inizio della guerra in Siria apre un nuovo capitolo nell’attivismo di Nawal. Lasciando l’impegno nelle strade di Catania, sceglie di andare ad Aleppo nel marzo 2013 per documentare ciò che sta accadendo, portando anche medicinali raccolti in Italia per un gruppo di attivisti di Homs.

Conosce così di persona alcuni degli attivisti suoi informatori, con cui manterrà un contatto anche negli anni successivi. Ma soprattutto incontra le persone che vivono la guerra sulla loro pelle, «persone per cui non puoi fare più finta di niente, girare la testa dall’altra parte, in Siria come altrove, perché le guerre sono tutte sbagliate e sporche».

La convinzione di dover essere la voce di chi fugge da una guerra e di non poter più stare a guardare si rafforza: bisogna «alzarsi in piedi e, ognuno con i propri mezzi, gridare la propria contrarietà alle guerre mentre queste accadono, perché una strage deve essere evitata, non commemorata».

Un SOS dal mare

Una notte, alla fine dell’estate 2013, il telefono di Nawal inizia a squillare: rifugiati siriani su un barcone con il motore in avaria stanno per affondare tra la Libia e l’Italia.

Prova l’angoscia di non sapere cosa fare di fronte alle grida di aiuto, chiama la sede della Guardia Costiera a Roma, capisce che non ha l’unica informazione utile per il salvataggio, cioè le coordinate geografiche, richiama l’imbarcazione per averle, le comunica alla Guardia Costiera… Poi, il silenzio dopo l’adrenalina. E la notizia, alcune ore più tardi, che i naufraghi sono stati salvati. Il senso di impotenza che ha provato molte volte svanisce: ha salvato delle vite con un telefono.

È solo la prima di centinaia, forse migliaia di chiamate dal mare a quel telefono, «uno di quelli vecchi che non si rompono». Come ricorda il cardinal Montenegro, presidente della Fondazione Migrantes nella prefazione, Nawal «sa di non essere né un politico né la responsabile di una organizzazione non governativa. È una cittadina che ha deciso di stare dalla parte dell’uomo. Le è bastato dare il numero del cellulare a qualcuno per dare inizio a una storia lunghissima di salvataggi, di salvezza. Le pagine del libro raccontano non una storia romanzata ma una storia vera: una vicenda di solidarietà che nasce da una profonda compassione».

Una storia, però, in cui Nawal non è rimasta sola, perché altre persone hanno iniziato a collaborare attivamente con lei su più fronti, tra giornalisti, attivisti, media indipendenti e amici.

Nawal a Lesvos, novembre 2015 (dal suo profilo Facebook).

“Non ho paura per loro, ma per l’Europa”

Una ragazza ordinaria, studentessa universitaria, mediatrice culturale e interprete, volontaria e reporter che non lascia spazio all’autocompiacimento, ma continua nella sua opera di informazione, denuncia e salvataggio.

Al momento è appena tornata da cinque mesi in Grecia, dove ogni giorno ha aggiornato la situazione sul proprio profilo Facebook pubblicando video, audio, foto, richieste di aiuto dal mare o dalla terra e cercando di diffondere il più possibile il suo messaggio nella rete, affinché l’appello di queste persone non cada nell’oblio.

Il 3 marzo 2015, nel suo intervento alla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo, Nawal ha detto: «Io non temo per i migranti, io temo per l’Europa. Siamo qui perché penso crediamo nei valori per cui è nata l’Europa unita. Ecco, io non temo per i rifugiati perché un giorno torneranno nella loro terra, perché amano la loro terra come noi amiamo la terra dove siamo nati. Io amo l’Italia perché sono cresciuta in Italia, amo anche il Marocco perché sono nata in Marocco. Queste persone amano la Siria, amano l’Afghanistan, amano l’Iraq, un giorno torneranno. La domanda fondamentale: noi dove andremo? E le nostre coscienze, quando ci guarderemo davanti allo specchio un giorno, quando dovremo raccontare ai nostri figli che non abbiamo fatto quando tutti potevamo fare?…».✎

*Recensione pubblicata il 16 marzo 2016 su Vie di Fuga.

Incipit

«All’improvviso, Maysan capisce che potrebbe essere finita per davvero. L’aveva già messo in conto, qualche settimana prima: una bomba avrebbe potuto centrare la sua casa, o un cecchino mirare proprio a lei, mentre andava a prendere della farina dall’unico panettiere del quartiere, aperto solo nelle prime ore del mattino, quando gli spari concedevano una fragilissima tregua. Ma, allora, non era successo. Oggi, invece, sembra che il destino non lasci vie di scampo: la barca su cui la donna viaggia da giorni in compagnia del marito e di altri prima-sconosciuti-ora-fratelli ha iniziato a rimpirsi di acqua.»

Le parole degli altri

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Linus
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