Ragazzi di vita a Cape Town

Tredici centesimi. Sopravvivere a Cape Town ✏ Kabelo Sello Duiker

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

Tempo di lettura: 6 minuti

  • Cape Town, Afrologist

Tredici centesimi. Sopravvivere a Cape Town, Kabelo Sello Duiker, Marotta&Cafiero, 2020, traduzione dall’inglese di Sara Fruner.

Kabelo Sello Duiker in Tredici centesimi  (Marotta & Cafiero, 2020) ha raccontato il trauma dell’apartheid nel nuovo Sudafrica del Presidente Nelson Mandela: nella “nazione arcobaleno”, il post-apartheid, più che un tempo storicamente vissuto, è stato un orizzonte di utopie e speranze disilluse.

Nato a Soweto nel 1974 – due anni prima della straordinaria sollevazione in città della popolazione studentesca nera e coloured contro le politiche linguistiche ed educative del governo razzista di Balthazar J. Vorster – Duiker nel 2001 vinse il Commonwealth Writers’ Prize come Best First Book nella sezione “Africa” col romanzo d’esordio Thirteen Cents.

Nel 2002 bissò il successo della critica col riconoscimento dell’Herman Charles Bosman Prize per la Letteratura inglese per il secondo romanzo The Quiet Violence of Dreams, non ancora tradotto in italiano.

Con la creazione dei SALA (South African Literary Awards) nel 2005, fu istituito il K. Sello Duiker Memorial Literary Award per onorare il ricordo e la grandezza di una “rock star” della letteratura sudafricana che scelse di togliersi la vita un mese dopo il suicidio dell’amico e scrittore Phaswane Mpe.

Gli equilibri precari di Cape Town

Il tredicenne Azure, il ragazzino di Sea Point dagli occhi azzurri, orfano offeso e trafficato nel circuito pedofilo della prostituzione minorile a Cape Town, è il protagonista e la voce narrante di questo romanzo, ritratto crudissimo della vita da strada di un adolescente nero in una città ancora ostaggio della segregazione razziale.

Sin dalle prime pagine si intuisce che i riferimenti a certi luoghi della geografia urbana di Cape Town non sono dettati dal caso né da un mero intento descrittivista. Giova ricordare che Sea Point negli anni Sessanta è teatro di poderose campagne di sfratti a danno della popolazione nera che finisce confinata nelle famigerate Cape Flats, una distesa pianeggiante di ghetti nella zona sudorientale della città sudafricana.

Da area residenziale per soli bianchi, negli stessi anni Sea Point diventa una sorta di spazio sicuro per la comunità gay di Città del Capo. Negli anni Novanta, con la fine dell’apartheid legale, la composizione etnica del sobborgo comincia a mutare. La rapida gentrificazione dell’area portuale di Waterfront sortisce l’effetto di velocizzare il ritorno a Sea Point dei coloured e dei neri sfrattati tre decenni prima, e l’arrivo dei Makwerekwere, neri provenienti da altre zone dell’Africa. Il sobborgo capetoniano balza agli onori della cronaca per l’impennata del tasso di criminalità e del numero delle bande che gestiscono i traffici di droga e prostituzione.

Sono gli anni in cui le radio sudafricane passano le canzoni di Tupac Shakur e dei TKZee, le gang nelle baraccopoli si fanno la guerra e la polizia chiude un occhio sui fiumi di stupefacenti che scorrono nei quartieri poveri. Sono gli anni in cui Cape Town sfodera dinanzi agli occhi del mondo la patina di unica città africana gay-friendly, e le agenzie delle Nazioni Unite sollevano il problema del traffico di bambini nell’industria del sesso in Sudafrica.

Esplorazioni intertestuali

Sullo sfondo di una città che ribolle delle tensioni razziali, Azure ingaggia una lotta corpo a corpo con la violenza che si fa giorno dopo giorno sempre più bieca. Per via di quegli occhi cerulei, ha subito le angherie dei compagni di scuola. Gli adulti bianchi che abusano di lui sono atterriti e attratti dai suoi occhi. Se Pecola Breedlove, protagonista del romanzo di Toni Morrison, L’occhio più azzurro (Sperling & Kupfer, 2018), prega Dio perché le doni un paio di occhi azzurri, Azure vive quel segno particolare come una dannazione. 

Ogni relazione che costruisce nel mondo degli adulti è mediata dalla violenza. Auntie Joyce lo deruba dei risparmi che lui stesso le affida credendo che la donna abbia aperto un conto in banca in suo favore. Gerald, “il mulatto pulito coi capelli lisci e la pelle chiara”, lo massacra di botte prima di ordinare al tirapiedi Richard di scaricarlo nell’ospedale più vicino.

Le descrizioni degli “incontri” con i bianchi padri di famiglia ricalcano il linguaggio dei capitoli dei manuali di zoologia dedicati agli accoppiamenti nel regno animale.

Dopo aver trovato rifugio tra le montagne per lasciarsi alle spalle le gang, i finti amici e la paura di morire, Azure si lascia andare a questa riflessione:

«I grandi sono malvagi e ti usano, usano i loro bambini per usare te […] Sono pieni di stronzate […] I grandi sono diavoli. Perché devono sempre avere la prima e l’ultima parola? Perché vogliono riempirmi la testa di miserie? Sono stupidi. Sclerati. Pazzi.»

Claudia MacTeer, protagonista novenne e voce narrante ne L’occhio più azzurro, custodisce il suo dissenso nei confronti della stoltezza degli adulti in queste parole:

«Con noi gli adulti non parlano – ci danno direttive. Impartiscono ordini senza fornire informazioni. Se inciampiamo e cadiamo, ci guardano storto; se ci tagliamo o ci copriamo di lividi chiedono dove abbiamo la testa.»

I punti di contatto tra questi due romanzi non si esauriscono nella suggestione cromatica dell’azzurro degli occhi: da marcatore e standard di una bellezza bianca che s’impone nell’immaginario di una bambina afroamericana, l’occhio azzurro diventa il catalizzatore delle ansie di un meticciato gerarchicamente razzializzato nella società multicolor di Cape Town. Il “mulatto” Gerald detesta Azure perché quel dettaglio incastonato nei bulbi oculari del tredicenne gli ricorda che la sua appartenenza, etnica e sociale, ai bianchi è incompleta ed imperfetta. I compagni di scuola bullizzano Azure perché quest’ultimo non somiglia integralmente a loro.

Nei due romanzi, attraverso il prisma delle storie dei protagonisti, si fanno largo riflessioni sulla homelessness, sulla violenza sessuale. L’operazione letteraria e intellettuale, compiuta da Duiker in Tredici centesimi, è stata quella di de-stereotipare il romanzo di formazione mescolando le pratiche e la lingua brutale della vita da strada con un’estetica che, almeno nella seconda parte del testo, diventa irrealistica, popolata da mostri e dalle paure infantili dei mostri, animata dallo scontro onirico-psichedelico tra Azure e il T-Rex/Gerald.

Iniziazione come catarsi

Duiker rispetta il personaggio che ha creato sottraendolo alla menzogna dell’innocenza e restituendogli la verità del suo corpo e della sua psiche devastati da un regime di “ordinaria” violenza. Azure è il tredicenne espulso dalla geografia sanitaria e morale di Cape Town perché l’accesso alla piscina pubblica è ancora riservato ai soli bianchi. Rimedia una doccia solo quando i suoi clienti, nelle loro confortevoli case, al riparo da sguardi indiscreti, gli consentono di utilizzare il bagno prima del “rapporto”.

Il finale proietta chi legge in uno scenario apocalittico che non può essere svelato. Qualche pista interpretativa, tuttavia, su uno dei passaggi chiave del romanzo può essere tracciata. Quando Azure trova rifugio in una grotta della Table Mountain, in realtà sta compiendo un rituale Xhosa di iniziazione. La “salita alla montagna” sancisce la definitiva separazione dalla città pericolosa e cattiva. Nella grotta trova i disegni stilizzati degli animali del popolo Khoisan.

Nelle visioni allucinatorie da erba fumata, Azure incontra Saartjie, la ragazza “dal viso di luna”. Saartjie rivela al tredicenne che lui è il figlio del sole ma che il sole è stato rubato da Mantis. Mantis è Kaggen, il semidio degli IXam, creatore della luna e degli animali, protettore della socialità umana, che appare nelle sembianze della mantide religiosa. Questo straordinario romanzo di formazione, in questa scena madre, si trasforma in una catena di simboli e allegorie.

Nella Cape Town del Duemila, Azure riaggancia la sua traiettoria individuale a quella degli antenati, al “tempo profondo” di una storia culturale che la realtà del colonialismo e dell’apartheid ha relegato ai margini, mentre Mantis non è più il custode della socialità umana. Sarà proprio la città sudafricana, nel finale, a incontrare un oscuro destino.✎

Incipit

Cape Town, Afrologist

«Mi chiamo Azure. A-zu-re. Si dice così. Me l’ha dato mia madre, questo nome.
È l’unica cosa che mi rimane di lei.
Ho gli occhi azzurri e la pelle scura. Sono abituato alla gente che mi fissa, soprattutto i grandi. Quando andavo a scuola, i bambini mi picchiavano sempre perché avevo gli occhi azzurri. Mi odiavano per questo. Adesso invece i bambini mi danno giusto un’occhiata e poi dicono qualcosa di brutto, oppure sorridono. Ma i grandi ti trapassano con lo sguardo.
Vivo da solo. Le strade di Sea Point sono la mia casa ma sono quasi un uomo, tra poco faccio tredici anni.»

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Cape Town, Afrologist© Afrologist
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