Un noir postmoderno tra i Dogon del Mali

L’impronta della volpe ✏ Moussa Konaté

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

  • Dogon, Afrologist

L’impronta della volpe, Moussa Konaté, La biblioteca di Repubblica – L’Espresso, traduzione dal francese di Ondina Granato, 2014.

Moussa Konaté, scrittore di narrativa e saggista maliano prematuramente scomparso nel 2013, pubblica L’impronta della volpe (L’empreinte du renard), suo ottavo romanzo, nel 2006.

La vicenda si svolge a Pigui, villaggio Dogon in cui il commissario-filosofo Habib Kéita –protagonista canonico ideato dall’autore e da molti ribattezzato “Il Maigret nero” per via di spiccate assonanze con il personaggio nato dalla mente di Simenon– e l’ispettore Sosso Traoré vengono inviati dalla capitale maliana per investigare su un duplice delitto. La vittima è un funzionario comunale e le circostanze sembrano insinuare un retroscena di natura politica.

È nella regione di Bandiagara, uno scenario arido e polveroso, eroso dal tempo, cinto da falesie e radicato su pianure e altopiani, dove «a prima vista i villaggi dogon, come Pigui, sembrano disabitati, simili a siti preistorici portati alla luce di recente» e «la natura non schiaccia l’uomo, lo minimizza», che la trama si costruisce e si muove fra superstizione, autopreservazione e silenziosa incomunicabilità.

Qui in quello che sente essere “il suo Paese”, Habib, attento detective formatosi in Francia secondo gli assunti dell’investigazione razional-cartesiana, deve ridiscutere le sue categorie di pensiero e fondare le indagini su narrazioni che appaiono illogiche e irrazionali se osservate dalla sua prospettiva, laddove un delitto può apparentemente essere commesso senz’alcuna arma, ma attraverso rituali di stregoneria. Attraverso questo processo trasformativo, l’investigatore giungerà a comprendere che non esiste una verità “vera” che abbia più valore di altre verità “possibili”, e solo combinando queste prospettive diverse potrà leggere il caso nella sua complessità. 

«Finché non saremo entrati nel loro universo, ci sarà difficile capirli e capire il problema che ci ha portato qui […] Quelli con cui abbiamo a che fare qui non appartengono al nostro universo e non osiamo confessare che li consideriamo, dal punto di vista del pensiero, come primitivi. Allora li disprezziamo […] Le cose non sono così semplici e noi stessi, imbevuti della nostra scienza, non sappiamo chi siamo.»

Un’impermeabile mescolanza di credenze animiste, cultura musulmana e istituzioni governative impone la convivenza tra personaggi come l’hogon, capo spirituale del villaggio, e Dolo, sindaco “eletto” del comune di Pigui. Qui vive anche Kodjo “il Gatto”, indovino enigmatico che, proprio come Cary Grant “il Gatto” in Caccia al ladro di Alfred Hitchcock (1955), si arrampica su scoscese pareti rocciose con scioltezza felina e, attraverso l’oracolo veicolato da impronte di volpi, è testimone veggente della volontà dell’onnipresente Dio Amma, trasfigurata nello spirito dell’Antenato Lébé.

Il popolo dei Dogon, la cui simbologia e la cui complessa cosmogonia furono affrescate dall’etnologo francese Marcel Griaule (1898 – 1956) in opere quali Masques dogons (1938) e Dio d’acqua. Incontri con Ogotemmêli (Dieu d’eau, 1948), sembra esistere “fuori dal tempo”, in uno spazio dominato dalla magia, dalla sacralità dell’amicizia, da un emergente desiderio di emancipazione ma anche dalla volontà condivisa di preservare la propria storia.

Il romanzo di Konaté può essere considerato un manoscritto noir post-moderno, con tonalità macabre e twist inattesi, dove il lettore arguto scoverà parallelismi e riferimenti a pietre miliari del genere, firmate Agatha Christie e Arthur Conan Doyle.

Incipit

Dogon, Afrologist

«Camminava a grandi passi tra rovi e spine, senza vedere niente, senza sentire niente. Il sole bruciava nonostante fossero soltanto le dieci. Su un ampio terreno dei bambini giocavano a calcio in un’allegra confusione. Avanzava in mezzo a loro, tra i commenti e le risate di scherno provocate dai calci o dalle testate che dava involontariamente al pallone. – Viva Yalèmo! Viva Yalèmo! – scandivano ironicamente le cavallette, ridendo e ballando intorno alla ragazza, che sudava e ansimava. Ma Yalèmo continuava a non sentire né vedere niente. Superò il campo giochi e si avviò per la stradina che portava al villaggio, di cui si potevano già intravedere i tetti di paglia.»

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