Un‘epopea di lotta nel romanzo d’esordio di Itamar Vieira Junior

Aratro ritorto ✏ Itamar Vieira Junior

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CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo

  • Itamar Vieira Junior, Afrologist

Aratro ritorto, Itamar Vieira Junior, Tuga Edizioni, 2020, traduzione dal portoghese di Giacomo Falconi.

Aratro ritorto è un poderoso romanzo incentrato sull’epopea di fatica e riscatto di un’allargata famiglia di braccianti neri impiegati in regime di semi-schiavitù nell’immaginaria fazenda di Água Negra nel sertâo baiano. L’autore, Itamar Vieira Junior, è la voce nuova e dirompentemente lirica della letteratura brasiliana contemporanea afro-indiodiscendente.

Ha conseguito il dottorato in studi etnici e africani con una tesi dal titolo Trabalhar é tá na luta, frutto di una ricerca e di una partecipazione attiva alla vita delle comunità di quilombos del Brasile nordestino. Col romanzo Torto Aradoqui presentato nella convincente e appassionata traduzione di Giacomo Falconi per Tuga Edizioni – nel 2018 si è aggiudicato il Prémio LeYa Portugal. Nel 2020 vince il Prêmio Jabuti, uno dei maggiori riconoscimenti letterari brasiliani, e il Prêmio Oceanos de Literatura.

Le proteste contro l’odio razzista istituzionalizzato nel Brasile contemporaneo

Todavia, casa editrice di Pinheiros, ha pubblicato Torto Arado nel 2019, anno dell’insediamento di Jair Bolsonaro al Palácio do Planalto. Dall’assassinio di Marielle Franco e del suo collaboratore Anderson Gomes all’elezione del nuovo presidente sono trascorsi sette mesi. I cori di voci che hanno scandito “Vidas negras importam” e “Parem de nos matar” ancora oggi risuonano dolenti e fortissimi da São Paulo a Rio de Janeiro, da Belo Horizonte a Porto Alegre. Sui cartelli delle proteste non è raro leggere «A carne mais barata do mercado é a carne negra», verso di una canzone di Elza Soares.

Già nel biennio della presidenza Temer (2016-2018) era sbocciata la nuova stagione del protagonismo nero e favelista. Le lotte antirazziste erano andate moltiplicandosi prendendo giustamente di mira il razzismo istituzionale, la violenza della polizia e l’assenza di politiche pubbliche per la riduzione della povertà. Come hanno scritto su Nacla Jaime A. Alves e João Costa Vargas all’indomani della vittoria di Bolsonaro, l’odio antinero resta uno degli asset materiali e simbolici del potere bianco in Brasile, «un sentimento che risale al passato schiavista del Paese, l’ultimo nell’emisfero occidentale ad abolire la schiavitù» nel 1888.

Vieira Junior ci conduce nella Chapada Diamantina, porzione del sertâo del grande stato di Bahia attraversata dal fiume Santo Antônio. Il Brasile “profondo e rurale” è narrato dalle voci impastate di sudore e dolore dei discendenti della

«gente forte che aveva attraversato un oceano, che venne separata dalla propria terra, che si lasciò alle spalle i sogni e forgiò in esilio una vita nuova e illuminata.»

Il romanzo si apre col racconto di un misfatto gravido di conseguenze. Bibiana e Belonísia, due sorelle stanche di giocare con bambole di paglia, frugano nella valigia della nonna Donana e vi trovano un coltello che portano alla bocca: una si ferisce, l’altra si taglia la lingua. Proprio Donana, levatrice e feiticeira, sopravvissuta a tre vedovanze, alla pazzia di un figlio rintanatosi nella boscaglia in compagnia di un giaguaro e alla scomparsa di una figlia, negli anni si isola sempre più dal suo mondo, fatto di preghiere e litanie sommesse, fino a togliersi la vita. Zeca Cappello Grande, figlio di Donana e padre di Bibiana e Belonísia, è scosso da questa morte tragica ma nella sua vita da bracciante il tempo del lutto è un tempo sottratto al lavoro nei campi e ai doveri di curador dello jarê.

Nella prima parte del romanzo, la voce narrante è quella di Bibiana che riannoda i fili di un racconto antico e crudele. Descrive le difficoltà che derivano dal convivere con il “lato magico” del padre, ragion per cui spesso a far visita alla sua famiglia sono gli afflitti nel corpo e nello spirito che cercano consolazione nei rituali di guarigione di Zeca Cappello Grande.

L’arrivo del cugino Severo alla fazenda sarà foriero di conseguenze. Bibiana, infatti, se ne innamora e insieme meditano di rifarsi una vita altrove risparmiando soldi per acquistare finalmente un pezzo di terra. La schiavitù è stata abolita ma ad Água Negra non esistono neri liberi. Possono costruire case di fango ma non in muratura. Possono coltivare un misero orto purché il sudore della loro fronte sia destinato esclusivamente alla piantagione. Fioccano, nelle notti di brincadeira, i racconti delle donne sull’avidità dei Peixoto, proprietari del latifondo. Giungono, di tanto in tanto, dalla capitale solo per «presentarsi come padroni». In loro assenza l’ordine di quel regime capitalistico-razziale rappresentato dalla fazenda è assicurato da fazendeiros e fattori che

«esercitavano con fascino e orgoglio i propri ruoli di dominatori.»

Passano gli anni e stagioni di siccità si alternano a stagioni di piogge torrenziali. Ai lutti seguono nuove nascite. Belonísia racconta il matrimonio sventurato col mandriano Tobias, fedifrago violento e beone. Le vessazioni si interrompono con la morte improvvisa dell’uomo che qualche tempo prima, in casa della curadora Valmira, aveva messo in discussione l’esistenza dell’encantada Santa Rita Pescadeira.

Era stata proprio quest’ultima a predire a Bibiana, nell’ultima notte di jarê prima di lasciare Água Negra, che sarebbero state le sue azioni a misurare la sua forza e la sua sconfitta. La morte di Zeca Cappello Grande preannuncia importanti mutamenti. La fazenda viene venduta a un tale di nome Salomão. L’avvicendamento proprietario è vissuto con apprensione dalla nutrita comunità di Água Negra. L’arrivo di un prete della Chiesa evangelica suona come un insulto alle orecchie di quanti, al ritmo degli atabaques, hanno mescolato, in una notte lunga svariati secoli, i precetti del cattolicesimo alla fede in un pantheon stretto tra i riti indios e le leggende di un’Africa lontana ma mai dimenticata.

Belonísia, sin dal ritorno alla fazenda della sorella e del cognato, presta attentamente l’orecchio ai comizi di Severo. Severo parla di diritti e di salari. Rivendica il possesso della terra per tutti gli abitanti del latifondo che di generazione in generazione l’hanno coltivato mentre venivano espropriati del frutto del duro lavoro nei campi. La sorte non è clemente con Severo: assassinato, sarà accusato di essere invischiato nel giro proibito del traffico di canapa. Anche Salomão perirà come giaguaro trafitto da un pugnale mentre l’encantada Santa Rita Pescadeira cavalcherà una tra Bibiana e Belonísia in un finale che ha il sapore dolceamaro di una giusta vendetta.

Memorie dalla schiavitù

Itamar Vieira Junior in Aratro ritorto ha interrogato la storia negata della schiavitù in Brasile e l’ha fatto corteggiando una lingua, quella portoghese, piegandone la pienezza e la rotondità alla rabbia, alla rassegnazione, alla libertà di gente strappata ad una terra per fertilizzare col proprio sangue una nuova e diversa. Siamo ben lontani dalle atmosfere del grande sertão di Guimarães Rosa. Nel sertão di Vieira Junior non ci si chiede se esiste oppure no il diavolo né ci si aspetta che i neri, guardando dritto negli occhi un bianco, mostrino gratitudine.

In Aratro ritorto si respira la stessa tensione narrativa che anima le pagine di un capolavoro della letteratura africano-americana, The wake of the wind di J. California Cooper, ambientato ai tempi del Proclama di Emancipazione sul finire della guerra civile. Due romanzi, che sono lezioni di storia e di libertà, di sopravvivenza in tempi ostili carichi di menzogne e brutalità.✎

Incipit

Itamar Vieira Junior, Afrologist

«Quando presi il coltello dalla valigia dei vestiti, avvolto in un pezzo di stoffa vecchio e sudicio, con macchie scure e un nodo al centro, avevo poco più di sette anni. Mia sorella Belonísia, che era con me, ne aveva uno in meno. Poco prima di quell’evento, nel terreiro della casa vecchia, stavamo giocando con delle bambole fatte con il mais raccolto la settimana prima. Sfruttavamo la paglia che si andava ormai ingiallendo per rivestire le pannocchie con abiti improvvisati. Ci dicevamo che le bambole erano le nostre figlie, di Bibiana e Belonísia. Quando ci rendemmo conto che nostra nonna si era allontanata da casa attraversando lateralmente il terreiro, ci lanciammo con lo sguardo il segnale di via libera, era ora di scoprire quello che Donana nascondeva nella valigia di cuoio, in mezzo ai vestiti intrisi dell’odore di grasso.»

Ringraziamo di cuore Tuga Edizioni per il dono di Aratro ritorto! Seguiteci anche sul profilo Instagram @theafrologist per ascoltare la lettura dell’Incipit del romanzo!

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