Uno scrigno di storie familiari

Le pietre degli avi ✏ Aminatta Forna

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Le pietre degli avi, Aminatta Forna, Feltrinelli, 2006, traduzione dall’inglese di Katia Bagnoli.

Abie vive in Inghilterra, è (presumibilmente) sierraleonese ed ha un marito scozzese. Coppia speculare ai genitori dell’autrice Aminatta Forna, penso iniziando la lettura de Le pietre degli avi, suo primo romanzo. È il 2003, Abie riceve una lettera da casa, che ha tutti gli elementi per sembrare la Sierra Leone, e più precisamente dal cugino Alpha, contenente una brevissima comunicazione: ha ereditato la piantagione di caffè di Rofathane. “O yi di“: è lì. Lì, sua. Abie deve tornare, non può limitarsi a rispondere inviando qualche soldo per soffocare il senso di colpa, manca l’indirizzo del mittente.

Con il suo ritorno, Abie si mette in ascolto e ripercorre le vicende della sua famiglia a partire dal nonno Gibril Umaru Kholifa, poligamo sposatosi con undici donne nel corso della sua vita nonché colui che iniziò la piantagione. Il risultato è un mosaico di storie che attraversano il tempo, dal 1926 al 1999, segnato dall’evolversi delle piantine di caffè. Le storie si situano in diversi luoghi, seguendo le peripezie dei personaggi, anche oltreoceano. Ma la caratteristica più interessante del romanzo sono le voci narranti: quattro zie, ormai nella loro vecchiaia, ricostruiscono in alternanza episodi del loro passato, finalmente libere di ricordare e trasmettere anche il dolore e i segreti familiari più nascosti.

«[Q]ui il passato sopravvive nella fragranza del chicco di caffè, la storia di una persona è catturata nella forma di un orecchio e i momenti più preziosi sono nascosti nel posto più sicuro di tutti. Al sicuro dal fuoco, dalle inondazioni, dalla guerra. Nelle storie. Storie ricordate, fino a quando sono pronte per essere raccontate. O forse semplicemente pronte per essere ascoltate.»

Asana, Mariama/Mary, Hawa e Serah sono rispettivamente le figlie della prima, della terza, della sesta e della decima moglie del capostipite. Come in altre opere strettamente legate a realtà poligame raccontate da un punto di vista femminile – come Prudenti come serpenti di Lola Shoneyin (66thand2nd, 2012) e Resta con me di Ayòbámi Adébáyò (La Nave di Teseo, 2018) – le dinamiche familiari fatte di simbiosi, gelosie, favoritismi, orgoglio e affetto, rendono il romanzo interessante di per sé, mescolando drammaticità e umorismo.

Questa complessità di equilibri e dell’intimità risulta accessibile solo inserendosi all’interno della dimensione familiare, solo ascoltando e collegando i diversi punti di vista. Non era certo visibile a quei marinai portoghesi giunti per caso sulle rive del Paese, a secco di acqua e cibo nella loro impresa di circumnavigazione del continente, convinti di aver trovato il giardino dell’Eden nella natura rigogliosa che si erano ritrovati difronte. Un “giardino”, come le storie, che fin dai tempi antichi era stato curato dalle “mani delle donne”.

«La custodia delle storie è affidata alle donne, come la cura dei giardini. E mentre mi dirigo verso le mie zie sedute, silhouette proiettate alla luce argentea del primo crepuscolo, ricordo le donne che tornavano a casa al tramonto dai loro appezzamenti tra gli alberi.»

Più mi addentravo nella lettura, più mi sentivo un’intrusa che curiosava in uno “scrigno di tesori”, le storie familiari, schiuse al lettore dalla voce narrante che le eredita dalle zie, e che da quel momento ne diventa la custode. La tradizione orale diventa così parola scritta e viene condivisa per assumere valore universale, permettendoci di scoprire uno spaccato della Sierra Leone in epoche diverse: dal periodo coloniale al fervore dell’indipendenza e delle prime elezioni, alla repressione delle libertà che portò il Paese in una guerra civile sanguinosa, e infine al dopoguerra.

Come la stessa Aminatta Forna sostenne in un suo discorso all’African Studies Association, trascritto sul The Guardian nel Febbraio 2017, per la scrittrice è importante riappropriarsi delle storie e raccontarle dal punto di vista dei protagonisti, specialmente quando si tratta di persone messe ai margini della storia. Così fece nel suo primo libro, The Devil That Danced on the Water, quando ripercorse la vicenda del padre, Mohamed Forna, ucciso per motivi politici nel 1975 restituendogli così giustizia, e lo stesso nel suo secondo romanzo Il ricordo dell’amore (Cavallo di ferro, 2014), ambientato durante la guerra civile.

«Il potere della storia è nelle mani di chi la racconta, vedere se stessi solo e sempre riflessi negli occhi di un altro è vedere il sé attraverso lenti distorte, questa è l’esperienza condivisa di tutti coloro che sono stati marginalizzati nella storia. Il regime in Sierra Leone lavorò per eradicare ogni riferimento al nome di mio padre dalla sfera pubblica. Scrivendo la sua storia, sono stata in grado di prendere il controllo della narrazione della sua vita, della mia vita, della mia famiglia e della storia del mio Paese, e di scrivere attraverso le lenti della nostra esperienza.»

La multivocalità, e la scelta di raccontare delle storie attraverso voci femminili, marginalizzate nella realtà e nelle loro stesse esistenze letterarie, è senza dubbio la forza di questo romanzo. Come nel caso di Mariama, divenuta Mary una volta inviata in un convento cristiano dopo che la madre Sakie era impazzita perché privata del proprio misticismo della lettura delle pietre degli avi. O come Tenkamu, la moglie prediletta e madre di Hawa, additata come causa delle disgrazie del villaggio dalle co-mogli gelose. O ancora come Saffie, l’ultima moglie, scacciata dal villaggio perché accusata ingiustamente di adulterio.

La delicatezza con cui la Forna riesce a dare forma a caratteri così diversi, talvolta fragili e vulnerabili fino alla patologia, talvolta irriverenti e ostinati, e talvolta semplicemente persone qualunque, mediocremente “normali”, mi ha fatto arrivare alla fine della lettura sentendomi ormai parte della famiglia Kholifa, con la voglia di raggiungere Abie e le sue zie al fiume a fare il bagno soltanto per ascoltare un’altra storia.✎

Incipit

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«Cominciò con una lettera, come a volte cominciano le storie. Una lettera arrivata un giorno di due inverni fa, con un francobollo che sfoggiava un martin pescatore bianco e nero, il freddo umido dell’aria esterna e il timbro di un posto da cui non arrivavano lettere da oltre un decennio. Un paese che sembrava essere scomparso, ritornato a un’epoca passata, come i grandi spazi liberi sulle vecchie mappe dove un tempo i cartografi disegnavano immagini di animali leggendari e ricchezze inenarrabili. Naturalmente la verità è che questa storia ebbe inizio secoli fa, al tempo in cui gli uomini a cavallo scesero verso le pianure da un regno perduto chiamato Futa Djallon, molto prima che i cartografi d’Europa volgessero il pensiero al problema assillante di come riempire quegli spazi vuoti.»

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